Il retroscena Barack ha mille fronti aperti: a Kabul Petraeus contesta i tempi del ritiro

«Non sono andato a Kabul per presiedere a una ritirata aggraziata (sic)»: nella sua prima intervista dopo avere assunto il comando del corpo di spedizione americano in Afghanistan, il generale Petraeus non avrebbe potuto essere più esplicito. Egli si è detto convinto che, dopo tante delusioni, la guerra abbia finalmente conosciuto una svolta: gli alleati stanno cacciando i talebani dalle loro roccaforti, il governo Karzai sta facendo progressi nella lotta alla corruzione e l’addestramento dell’esercito afgano procede in maniera più soddisfacente di prima. Ma, soprattutto, Petraeus ha invitato esplicitamente Obama a rivedere la decisione di cominciare il ritiro dei centomila soldati americani oggi dislocati nel Paese già nel luglio 2011. Solo da qualche settimana, sostiene il generale che ha pacificato l’Irak, il piano per combattere più efficacemente gli insorti è stato messo a punto e dotato delle risorse necessarie. Stabilire fin d’ora il momento di una prima riduzione degli effettivi fa solo il gioco del nemico, inducendolo a pensare che gli basti guadagnare tempo per vincere comunque la guerra. Petraeus raccomanderà perciò al presidente di abbandonare l’idea di un ritiro programmato e di regolarsi invece in base alle esigenze che si presenteranno sul terreno. «Sono comunque certo - ha concluso quasi in tono di sfida - che otterrò il tempo, gli uomini e i mezzi che mi serviranno».
Neppure due mesi dopo essersi insediato al posto del generale McChrystal (rimosso bruscamente dall’incarico proprio per avere criticato l’operato dell’Amministrazione), il militare più amato dagli americani ha lanciato una vera e propria campagna per fermare quella che i media hanno già battezzato «la corsa al ritiro». Dopo essersi sfogato con il New York Times, ha ribadito i medesimi concetti alla televisione Nbc e probabilmente cercherà di farsi ascoltare presto dal Congresso, dove, anche in vista delle elezioni di midterm, sono più forti le pulsioni per fissare un termine a una guerra che si trascina senza molto costrutto da quasi dieci anni.
La prima reazione di Obama, attraverso il suo portavoce di turno, è stata abbastanza categorica: «La data del luglio 2011 non cambia». Per smussare gli angoli, il funzionario ha negato l’evidenza, cioè che vi siano divergenze tra il presidente e i suoi generali. Ma, al di là di questa presa di posizione, l’offensiva mediatica di Petraeus ha creato un grave imbarazzo a Barack Obama, che, con perfetto cerchiobottismo, era ricorso a suo tempo all’espediente del ritiro calendarizzato per fare digerire l’invio di 30mila uomini in più in Afghanistan alle «colombe» del suo partito. Adesso il presidente è venuto a trovarsi, per così dire, tra l’incudine e il martello: se avesse mostrato di essere sensibile all’appello del generale, si sarebbe attirato le ire dei liberal e di quella parte (crescente)dell’opinione pubblica che non vede l’ora di porre fine alla presenza americana in Afghanistan; ma se, come sembra, manterrà ferma la data del ritiro, si alienerà del tutto l’establishment militare e si esporrà ad attacchi sempre più violenti da parte dei repubblicani, che lo accuseranno di compromettere, per ragioni elettorali ogni possibilità di successo nella guerra.
L'inattesa sortita di Petraeus ha implicazioni non solo per la Casa Bianca, ma anche per i governi dei Paesi, Italia compresa, che partecipano con 50mila uomini al corpo di spedizione della Nato. Mentre l’Olanda ha riportato a casa i suoi uomini e il Canada si appresta a farlo (entrambi, essendo dislocati nel Sud, hanno subito perdite umane molto pesanti), buona parte degli altri ha risposto all’appello di Obama di rinforzare i propri contingenti in vista di una rinnovata spinta per la cacciata dei talebani, con la speranza - neppure troppo segreta - che l’impegno non duri troppo a lungo. Se il presidente americano resistesse alle pressioni dei militari, questa speranza si concretizzerebbe. Ma se, dopo tutto, fosse costretto dalle circostanze a rimangiarsi l’impegno anche gli alleati dovrebbero restare, con buona pace delle rispettive opinioni pubbliche e dei ministri economici, da tempo ansiosi di ridurre le spese.
Molti dubitano infatti che l’odierna reazione a caldo, arrivata in contemporanea con la conferma dell’uscita di scena del segretario alla Difesa Gates nella stessa estate dell’anno venturo, rappresenti l’ultima parola del presidente. Molto dipenderà dall’esito della offensiva d’estate che, secondo Petraeus, è cominciata sotto buoni auspici, ma che secondo altri osservatori ha finora segnato il passo. Se le cose andassero come Petraeus auspica, sarebbe infatti molto difficile dire di no a un comandante in cui sostiene di avere la massima fiducia.