Il retroscena Dario fa il «sinistro» e gli ex Pci sorridono sotto i baffi

RomaA metà del discorso della corona di Dario Franceschini, il potente governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani si gira verso Paolo Gentiloni, che gli siede a fianco: «Ma questo è il Pci, allora!», esclama.
Una battuta, naturalmente. Ma è una battuta che la dice lunga sull’atmosfera che aleggia sulla mega assemblea del Pd, chiamata a sostituire in corsa il segretario dimissionario. E soprattutto, negli intenti più o meno velati dei principali sponsor di Franceschini, chiamato a chiudere la parentesi veltroniana e tornare al partito «vero», quello «strutturato e radicato» che evoca il segretario della Toscana, il dalemiano Andrea Manciulli. Errani, dal podio, lo ha detto chiaramente, nel suo intervento contro l’ipotesi primarie: «Sono per eleggere ora un segretario che ci porti al congresso. Ma chiedo a Franceschini una discontinuità rispetto al passato», cioè a Veltroni. Anche Manciulli non ha remora alcuna a ricordare al neo-eletto segretario, con una nota nero su bianco, i patti da rispettare e la gratitudine da dimostrare: «Il suo discorso è stato chiaro e convincente, ed è stata condivisa l’iniziativa politica che, come partito toscano, abbiamo messo in campo con altre segreterie regionali come l’Emilia Romagna».
Toscana, Emilia: le regioni rosse cercano di stampare il proprio timbro sul nuovo leader, lo spronano a «mettere subito in campo un nuovo gruppo dirigente», come dice Manciulli, con dentro loro, e fuori quel che resta del veltronismo. E d’altronde quegli apparati hanno avuto un ruolo importante, in questi giorni: per arginare il malumore della base, per bloccare i documenti pro-primarie che sia in Toscana che in Emilia avevano avuto grande successo perché davano voce alla speranza diessina di buttare subito in pista Pierluigi Bersani e riprendersi un partito che sta scivolando sempre più in mani post-Margherita: dal candidato sindaco di Firenze a quello di Bologna fino agli eletti alla Regione sarda dove i Ds sono stati sterminati. E sono stati determinanti per convogliare truppe disciplinate all’Assemblea costituente. Con indicazioni di voto ben precise, quelle che Massimo D’Alema in persona, in una telefonata di due giorni fa, ha dettato a Vasco Errani: «Niente primarie, il congresso si fa in autunno dopo le Europee. E adesso si vota Franceschini». Punto.
Detto fatto. Altro che assemblea «ingovernabile» e a rischio rivolta: a parte qualche contestazione e il solito kamikaze Parisi, tutto è filato liscio. E ora il trauma di aver consegnato la leadership ad un post-Dc viene esorcizzato dai post-Ds. Che già spiegano che Franceschini è segretario sì, ma il termine del suo mandato è scritto nelle cose, perché le elezioni rischiano di essere un bagno di sangue, a cominciare dalle amministrative. «Partiamo troppo alti - ragiona Piero Fassino - ora governiamo 3.800 comuni su 5.000, basterà mostrare le bandierine che cambiano colore».
Franceschini, sottolineano i Ds, ha dato le «risposte» che erano state da loro chieste, che erano leggibili anche nell’intervista di D’Alema a Repubblica: sulla rivendicazione orgogliosa della laicità, dopo il pasticcio sul caso Englaro. Sulla collaborazione col Pse in Europa. Sul partito «solido», sulle alleanze. «È iniziata l’archiviazione del Lingotto», esulta il dalemiano Roberto Gualtieri, vicedirettore della fondazione Gramsci. «Apprezzo la correzione di linea impressa da Franceschini: ci voleva un democristiano per garantire la laicità». Alfredo Reichlin spiega al veltroniano Giorgio Tonini di essere soddisfatto: «Si sta spostando a sinistra l’asse del Pd». E l’altro: «È questo il capolavoro, mettere un Dc per spostare a sinistra. Era l’unico modo per salvare il progetto, altrimenti il copione era già scritto: una deriva fino alle Europee, e poi la rottura e la nascita di un partito socialdemocratico con Bersani leader».