Il retroscena E sull’emendamento fantasma il Colle prende le distanze da Montecitorio

RomaC’era una volta la Triade Istituzionale, quella specie di informale consiglio supremo della Nazione che il capo dello Stato riuniva nei momenti di massima turbolenza. Presidente della Repubblica, presidente del Senato, presidente della Camera: tè, pasticcini e strette di mano a favore di telecamera. La chiamavano anche Trimurti e, con comunicati e prese di posizione, si adoperava nell’offrire all’inquilino del Colle un adeguato scudo politico. Erano i tempi di Scalfaro. Era stato lui negli anni ’90, nel pieno della battaglia contro Silvio Berlusconi, a «inventarsi» questo strumento. Era sempre lui a convocare i vari Scognamiglio e Pivetti per farsi pubblicamente appoggiare da loro.
Adesso, quasi vent’anni dopo, le parti sembrano rovesciate. Stavolta è Gianfranco Fini, che pure ha un peso politico di gran lunga superiore alla Pivetti, ad aver bisogno di appoggiarsi al Quirinale. È il presidente di Montecitorio che cerca sponde e legittimazioni istituzionali. Cosa c’è sotto? Lavora per il dopo-Cavaliere? Trama con Casini, Rutelli e soci? Prepara il terreno per arrivare al Quirinale? A Palazzo Grazioli i sospetti crescono. Lui replica così: «Se lo devono mettere in testa una volta per tutte, con il capo dello Stato io non romperò mai».
Ma se Fini s’appoggia, Napolitano appare in grado di reggersi da solo. Sì, certo, pure lui qualche settimana fa, nel mezzo della polemica con Berlusconi dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Consulta, ha riesumato la Triade e ha ottenuto, dopo una meticolosa trattativa con Renato Schifani, un comunicato che difendeva il presidente della Repubblica senza però attaccare il presidente del Consiglio. Ora però Napolitano vuole riprendere le giuste distanze, sembra quasi volersi sottrarre da abbracci troppo affettuosi. Ecco dunque perché gli uffici giuridici del Quirinale fanno sapere di non avere nulla a che fare con la cancellazione dell’emendamento fantasma, quella «prescrizione breve» che il Consiglio dei ministri avrebbe voluto infilare in un decreto sugli obblighi comunitari. «Pure illazioni», sostengono sul Colle, «qui non è mai arrivato nulla, non abbiamo visto nemmeno una bozza». Come dire: se c’è stata qualche manovra contro Berlusconi, rivolgetevi a un altro indirizzo. Magari a piazza Montecitorio.
Ecco anche perché lo stesso Giorgio Napolitano, dal Libano dove è in visita di Stato, riprende e sottolinea la centralità super partes del suo ruolo, aggiungendo un appello «all’italianità» e al «fare squadra» che in questo momento non può dispiacere al Cavaliere. «Miopie» e egoismi, avverte, ostacolano il progresso dell’Italia. «Stiamo vivendo una straordinaria transizione storicamente decisiva verso una società globale sempre più interconnessa e interdipendente. Dobbiamo acquisire - dice parlando ai nostri soldati della missione Unifil - piena consapevolezza del ruolo che l’Italia può oggi svolgere nel processo di crescita della comunità internazionale superando miopie e particolarismi che ancora intralciano il cammino del Paese». Per crescere, insiste, servono «regole del gioco condivise e rispettate». Franco Frattini approva: «Il presidente ha ragione, dobbiamo fare sistema».
L’11 novembre al Quirinale si riunirà il consiglio supremo di difesa per fare il punto sulle missioni all’estero. Ma già oggi Napolitano avrà un incontro ravvicinato piuttosto impegnativo, la cerimonia all’Altare della Patria fianco a fianco con Berlusconi. Non si vedono dalla bocciatura del Lodo Alfano: chissà che cosa si diranno.