Il retroscena Ecco perché la Lega ha fatto muro

RomaAlla fine la Lega esulta ma con fastidio. Nessuno nega che il «no» all’election day sia balsamo di tigre sui muscoli tesi del Carroccio. Sarebbero stati pronti a salire sulle barricate pur di scongiurare il successo del quesito referendario sul premio di maggioranza alla lista vincente e non alla coalizione. Però c’è un però. Quell’uscita di Berlusconi, («La Lega avrebbe fatto cadere il governo» ndr), sa troppo di ultimatum che, giurano gli uomini del Senatùr, non c’è mai stato. «Nessun diktat», assicura un fedelissimo di Bossi.
E poi c’è un altro aspetto che non va giù ai leghisti: il premier ha indirettamente addossato la colpa dello «sperpero» di soldi pubblici ai leghisti. Mediaticamente uno schiaffo che brucia: lascerà il segno? Non più di tanto, garantiscono gli uomini di Bossi. I quali si affannano a smontare la ricostruzione del Cavaliere. «Non abbiamo mai parlato di crisi - assicura il presidente federale del Carroccio Angelo Alessandri -. Forse Berlusconi vuole politicamente interpretare così la vicenda».
In effetti la minaccia di far cadere il governo è un po’ come l’intimidazione nucleare ai tempi della Guerra fredda: soltanto un avvertimento con funzioni di deterrenza ma molto poco concreto. A chi conviene, infatti, sganciare la bomba? Neppure per la Lega ha senso far cadere un governo in grado di far approvare il tanto sognato federalismo.
Troppo rischioso spaccare tutto. E poi c’è il fattore umano: Umberto e Silvio vanno d’accordo e alla fine la quadra la trovano sempre. L’ultimo nodo, legato alla questione della candidatura alla Provincia di Brescia ambita sia dal Pdl che dalla Lega, era stato sciolto con reciproci attestati d’amore («Berlusconi mi ha chiesto “Ci tieni proprio? Allora va bene”. Berlusconi è un grande», Bossi dixit lo scorso 31 marzo).
Tornando al referendum e allo scampato pericolo di votare il 7 giugno con il relativo rischio del raggiungimento del quorum, la Lega ha di fatto incassato una vittoria. E tastando il polso dei leghisti emerge l’atteggiamento di chi pensa che, in fondo, è un omaggio più che dovuto. Quasi preteso. Già, perché, si sfoga un uomo del Carroccio: «Di rospi ne abbiamo dovuti inghiottire parecchi negli ultimi tempi. Le ricostruzioni giornalistiche sulla ruggine tra noi e il Pdl su questo tema sono false. Il vero scazzo, quello sì, c’è stato sulle ronde e sull’espulsione degli immigrati». Quel doppio stop alla Camera in materia di sicurezza al Carroccio non è andato giù ed è forse il rospo più grande da digerire.
Ma fosse solo quello... Perché ci sono pure i distinguo sulla norma dei medici-spia che, tiene a sottolineare un leghista doc, «eliminava soltanto il divieto di denuncia del clandestino da parte del medico e per noi resta un provvedimento sacrosanto»; poi ci sono i fastidi sulle ventilate liaison con l’Udc in alcune zone del Nord che gli uomini del Carroccio vedono come fumo negli occhi; e poi, soprattutto, «quella porcata del patto di stabilità interno con il favoritismo di Roma». Altra ferita aperta per i padani, spesso buoni amministratori in molti enti locali del Nord, che però hanno i bilanci bloccati dagli altolà di Tremonti. «Ci sono dei casi paradossali di Comuni che hanno un sacco di soldi in cassa, ma che hanno dovuto bloccare i pagamenti per non sforare questo benedetto patto di stabilità - si sfoga un sindaco -. Tremonti continua a dirci di stare attenti al debito ma poi con la crisi che c’è diminuiscono le entrate, aumenta il debito e noi siamo con l’acqua alla gola e non possiamo spendere per i nostri concittadini. Roma invece può fare ciò che vuole».
Insomma, qualche ruggine nei rapporti tra Pdl e Lega c’è. E di certo, in vista delle elezioni europee e amministrative, l’inghippo più grosso sta nella rinnovata e più pericolosa concorrenza aperta dopo la fusione tra Fi e An.