Il retroscena Ecco perché il Senatùr non vuole più le urne

RomaMa perché la Lega non spinge più di tanto verso il voto, anche se la sua base strepita e i sondaggi la danno in netta crescita con probabili exploit locali? Non c’è solo, a pesare qui, l’allineamento alle esigenze dell’asse con Berlusconi, che in questo momento punta alla continuità. Certo, se le cose si mettono male l’unica strada percorribile, per la Lega, è il voto. Ma anche Umberto Bossi (nella foto) e i suoi consiglieri più esperti, nelle quinte delle dichiarazioni leghiste (spesso molto pro-urne), preferirebbero evitarlo un voto anticipato. I fedeli del segretario federale, in questi giorni di ipertatticismi, ricordano il ragionamento che Bossi fece subito dopo la vittoria del 2008: «È andata bene, ma abbiamo preso troppi voti...». Troppi? Dipende da come li si pesa, e un politico navigato e astuto come Bossi sa bene che non è solo l’effetto immediato quello che conta, ma soprattutto il dopo.
La preoccupazione bossiana riguarda il rapporto col Pdl, che è considerato molto strategico dalle alte sfere leghiste, più di quanto pensi l’elettorato leghista (che è rigidamente monogamo, ama solo Bossi, non i suoi alleati). «Se andiamo a votare adesso - dicono i leghisti più informati -, al Nord prendiamo una valanga di voti, ma questo provocherebbe forti tensioni col Pdl che correrebbe seri rischi di essere scavalcato in molte circoscrizioni». Sul medio-lungo termine, uno sfaldamento delle relazioni con l’alleato berlusconiano sarebbe un boomerang per Bossi, che proprio grazie a quell’asse è potuto diventare una forza di governo che a Roma porta a casa il federalismo, ma che poi resta «forza di lotta» (formula cara alla Lega) che si consolida sui territori e conquista vertici regionali (Veneto, Piemonte, ma nel mirino ci sono la Lombardia, la Liguria e il Friuli-Venezia Giulia), spesso anche a scapito del Pdl. Un equilibrio ideale che non conviene alterare, ma che un boom elettorale leghista, specie in Lombardia (dove secondo la Swg avverrebbe il sorpasso), non solo altererebbe ma sconquasserebbe con esiti imprevedibili.
Perciò quel 14 per cento per cento nazionale che i sondaggisti proiettano in Via Bellerio è accolto con grande euforia nel movimento, ma con un pizzico di diffidenza nei vertici. Il berlusconismo è stata la chiave di volta per il successo, parallelo, del leghismo, come spiega anche il politologo Roberto Biorcio in La rivincita del Nord. La Lega dalla contestazione al governo (Laterza). E quindi un’implosione del Pdl farebbe più male che bene. Anche perché aprirebbe le porta ad un incubo leghista, a quelle «forze della restaurazione» che Bossi sta evocando spesso nei suoi colloqui privati e che si possono individuare nella convergenza tra diverse linee di pressione: Montezemolo, Fini, la grande industria, i nuovi e vecchi partiti dell’assistenzialismo filo-Sud, la finanza nemica delle piccole imprese.
Ecco, la finanza. C’è un altro motivo per cui il voto non è la prima opzione leghista, ed ha a che fare con delle informazioni che Tremonti ha dato a Bossi, circa il rischio di speculazione finanziaria in caso di vacatio governativa o subbuglio elettorale. Meglio andare avanti, se si riesce, anche con l’Udc, con cui i colonnelli leghisti si stanno sentendo in gran segreto. Ma ci si muove sul filo di un rasoio, perché il pericolo di un governo tecnico è un incubo per il Carroccio. Per questo le parole pubbliche leghiste rimarcano sempre lo strumento del voto come unico modo per rispettare la sovranità popolare, e su questo la Lega pensa come parla. Ma le elezioni cui veramente pensa il Carroccio sono quelle comunali di primavera prossima. Per mettere magari la bandierina leghista a Bologna, Milano, Torino. Una logica da Gattopardo all’incontrario: non cambiare nulla (mantenere il governo che c’è) per cambiare tutto (conquistare le roccaforti del centro-nord).