Il retroscena Ecco le ragioni «inconfessabili» della rottura

Anpac e la sua gregaria Up si sono incartate su se stesse, vittime di propri errori. Si sono pretestuosamente impuntate, tra l’altro, sui criteri di assunzione, quando gli accordi con Cai già prevedono priorità per i nuclei sociali più deboli o per i nuclei monoreddito. I temi di contrasto sono altri, a dispetto dei proclami di principio.
1. La sola Anpac godeva finora di cinque distacchi sindacali, oltre a 2.000 giorni di permessi; l’equivalente, in tutto, di 15 piloti pagati per fare i sindacalisti. Per tutte le nove sigle sindacali il costo a carico dell’Alitalia era di 14,5 milioni di euro. Una cifra alla quale Cai ha reagito facendo marameo: l’Anpac ha chiesto otto distacchi, Cai è disposta a riconoscerne due, più i permessi di legge per tutte le nove sigle. I vertici sindacali dei piloti che hanno rotto le trattative non possono spiegare queste cose alla propria base.
2. L’Anpac ha sempre detto, da un paio d’anni a questa parte, che mai nessun pilota sarebbe finito in cassa integrazione. In aprile la rottura con Air France s’imperniò anche su questo: per Jean Cyril Spinetta erano in eccesso circa 500 piloti, 300 solo nel cargo (che comunque sarebbe stato ceduto). Ma Parigi si impegnava anche a riassumere nel gruppo 180 piloti in tre anni, 60 all’anno. Allora Berti & C. sbatterono la porta. Come possono oggi, a distanza di sette mesi, accettare un piano più doloroso, con quasi 800 esuberi e senza un rigido piano di riassunzioni?
3. Le associazioni dei piloti avevano ottenuto da Cai, e ampiamente sbandierato, il contratto da dirigenti per i comandanti. Poiché un dirigente è meno tutelato e comunque licenziabile, l’Anpac aveva assicurato che la clausola della licenziabilità sarebbe stata tolta dal nuovo contratto. Ma nel corso delle settimane si è capito che tale clausola, tutt’altro che di poco conto, non avrebbe potuto essere depennata perché l’accordo di Palazzo Chigi, salvo quanto espressamente previsto in deroga, rinvia al contratto dirigenti. Anche per la licenziabilità.
Sono questi i punti «inconfessabili» che hanno portato all’irrigidimento degli ultimi giorni, e dal quale è difficile trovare una via d’uscita. Il contratto, in sé, è apprezzato da molti piloti (e dalle sigle confederali): stesse ferie, 10 giorni di riposo al mese, stesso stipendio con aumento di produttività. Alla fine, quelli che hanno già firmato lo giudicano un contratto «normale». Né più né meno che «normale».