Il retroscena Ma intanto l’offensiva nel Sud prosegue con successo

di Livio Caputo

Proprio mentre si profila la possibilità che una delle colonne dell'Isaf, i 1.800 uomini del contingente olandese, venga ritirato ad agosto, c'è stato un decisivo progresso nelle operazioni militari sul terreno, che potrebbe imprimere una svolta all'intero conflitto afghano. La grande offensiva lanciata la scorsa settimana da diecimila soldati americani e britannici contro i talebani annidati nella provincia di Helmand, e in particolare nella cittadina di Marja, sta infatti conseguendo i suoi obbiettivi prima del previsto, con meno perdite del previsto e quasi senza quei «danni collaterali» (leggi vittime civili) che in altre occasioni avevano suscitato violente reazioni nella popolazione. Molti insorti si sono dileguati, una cinquantina sono rimasti sul terreno e i pochi che continuano a combattere sono circondati. La residua minaccia è costituita dalle migliaia di mine che i talebani hanno disseminato lungo strade e piste, ma grazie alla costante ricognizione aerea effettuata prima dell'attacco dai velivoli senza pilota, gli alleati sono in grado di localizzarne e neutralizzarne una buona parte.
La novità importante è costituita dalle modalità di questa offensiva, la prima a ispirarsi alla strategia del generale McChrystal: coinvolgere al massimo nelle operazioni le autorità di Kabul e puntare - oltre che all'eliminazione del nemico - al consenso delle tribù locali. I reparti angloamericani sono perciò affiancati da consistenti reparti del nuovo esercito afghano, nelle comunità liberate viene subito installata una nuova amministrazione e agli abitanti viene garantito un presidio sufficiente a impedire un ritorno dei talebani. Alla messa in sicurezza della provincia, finora considerata una delle principali roccheforti dei ribelli, seguiranno misure per sostenerne l'economia e creare nuovi posti di lavoro. Le prospettive di una maggiore sicurezza e prosperità hanno già convinto numerosi capi-clan a volgere le spalle agli insorti e collaborare con l'Isaf.
Se, come sembra, il «metodo McChrystal» avrà successo a Marja, sarà replicato in altre zone oggi egemonizzate dai talebani non appena saranno disponibili i 30mila uomini di rinforzo promessi da Obama. In questo modo, il generale conta non solo di estendere controllo del governo a nuovi territori, ma anche di convincere un buon numero di insorti che la partita è persa e che hanno tutto l'interesse ad accogliere le proposte di riconciliazione avanzate dal presidente Karzai.
L'altro elemento nuovo del conflitto è l'accresciuta collaborazione del Pakistan, che ha portato non solo alla cattura del mullah Baradar, numero due della struttura di comando talebana, e dei governatori-ombra di due province contese, ma ha dato praticamente luce verde alle operazioni della Cia nella fascia di confine che serve da santuario ai ribelli. Queste operazioni, dirette sia contro i talebani, sia contro le strutture di Al Qaida che li fiancheggiano, sono ormai condotte in prevalenza dai «Predator», gli aerei senza pilota dotati di telecamere ad alta definizione e di missili a guida laser in grado di identificare e distruggere posti di comando, campi di addestramento e depositi di munizioni, che molti strateghi considerano la grande novità di questa guerra. Come mai il Pakistan, che finora aveva chiuso gli occhi sulla presenza sul suo territorio dei capi della rivolta abbia improvvisamente cambiato idea, non è ancora chiaro: ma se la svolta sarà duratura, per i talebani potrebbe essere il colpo del ko.