Il retroscena L’onda sismica scuote il Carroccio e An «Ora con chi dialoghiamo?»

Roma«Aho, senza Veltroni è finita la pacchia. E adesso ce tocca pure lavora’...». Al di là della battuta prosaica affidata a un capannello di deputati di An rigorosamente romani, le dimissioni del segretario del Pd impongono una scossa di assestamento anche nella maggioranza.
Sul fronte della Lega, in primo luogo. Perché Bossi è da mesi che insiste sul dialogo con il Pd, convinto che solo con l’appoggio dell’opposizione il federalismo fiscale possa superare indenne non tanto i passaggi parlamentari quanto le forche caudine dei successivi decreti delegati e dell’effettiva applicazione della riforma. Non è un caso che Calderoli abbia speso giornate intere per riuscire a costruire quel sottile filo che alla fine ha portato il Pd a decidere per l’astensione quando un mesetto fa il Senato ha votato il federalismo. Un deciso punto a favore del Carroccio, soprattutto viste le perplessità dell’area dalemiana. Così, ci sta che in mezzo al Transatlantico Bossi ammetta con un po’ di preoccupazione che «oggi non si sa bene con chi dialogare». Insomma, «speriamo che le dimissioni di Veltroni non determino uno stop al federalismo». Timore che è pure di Calderoli, già al lavoro per cercare di inquadrare il nuovo status quo del Pd. Ma che la situazione sia caotica e non si prospettino soluzioni a breve lo confida in privato a un suo collega di governo anche il sottosegretario agli Interni Mantovano. «Fino a ieri - dice l’esponente di An - parlavo con Minniti e sapevo di avere davanti un interlocutore credibile, da oggi sarà tutto diverso».
Ed è proprio per questa ragione che nel bel mezzo del Transatlantico Calderoli non si tira indietro. «A me Veltroni andava benissimo», ammette. Anche se, aggiunge, «non credo che vi siano problemi all’orizzonte». La partita del federalismo fiscale, infatti, «è stata gestita con Franceschini e la Finocchiaro» e non certo con Veltroni. Come a dire che in vista del voto della Camera previsto per metà marzo non dovrebbe cambiare nulla. La verità è tutt’altra, perché il tema del referente all’interno del Pd è stato già affrontato tra martedì sera e ieri mattina dai vertici del Carroccio, consci che era stato proprio D’Alema a sostenere - senza successo - la linea del voto contrario sul federalismo fiscale. Ma quando l’obiezione viene rivolta a Calderoli, il ministro mostra ottimismo. Perché, spiega, «con D’Alema i rapporti sono buoni, tanto che fu lui e non Veltroni a venire al nostro congresso». Per l’esattezza quello del 1995, quattordici anni fa.
Ma l’addio del segretario Pd qualche assestamento lo porta anche dentro il Pdl. Perché se la netta sconfitta di Soru aveva già impresso una decisa spinta alla leadership di Berlusconi, è chiaro che le dimissioni di Veltroni non fanno altro che renderla più dirompente. Nel senso che il Cavaliere non è solo riuscito a portare alla vittoria Cappellacci mettendo la faccia su una partita che molti davano per persa, ma ha anche detronizzato il leader del’opposizione. Considerazioni, queste, che sono entrate nella riunione di ieri tra Fini e i vertici di An (tra gli altri, La Russa, Gasparri e Alemanno). In vista del congresso che sancirà la fine di Alleanza nazionale, infatti, si sta limando quella che al momento è l’unica mozione congressuale. Con un punto all’ordine del giorno: fare o no espresso riferimento alla leadership di Berlusconi nel futuro Pdl. Qualcuno, infatti, l’ha buttata lì. Ma sembra che il presidente della Camera non abbia gradito e la soluzione dovrebbe essere quella di fare esplicito riferimento solo al fatto che «il Pdl si caratterizzerà per una forte capacità decisionale». Con il chiaro obiettivo di non dare troppa soddisfazione al Cavaliere. Che però incassa indirettamente un piccolo successo dal capogruppo della Camera. Fini, infatti, ha convenuto che il voto con le impronte digitali - che comporta tempi più lunghi - «dovrà essere accompagnato da una regolamentazione delle votazioni» che dovranno essere concentrate in orari precisi. Punto su cui in privato ha più volte insistito il premier. E su cui ieri durante la conferenza dei capigruppo si è esposta anche la Lega che alla Camera ha il più alto numero di presenze (il 93%).