Il retroscena La Lega tenta l’ultima crociata: le spese dei sindaci

Roma«Ora venitemi a dire che non ha ragione Andreotti quando dice che Berlusconi ha imparato a ben navigare nelle acque della politica», chiosa il segretario del Pri Nucara appena il premier lascia la Camera. In pieno Transatlantico, infatti, circondato da un nugolo di cronisti il Cavaliere si è dilungato in elogi per Fini e il suo profilo «istituzionale e non partigiano», con tanto di «chapeau». Parole che hanno l’obiettivo di smorzare la querelle degli ultimi giorni ma che tra la righe si portano dietro pure qualche messaggio in codice. Perché, dice Berlusconi, «con Fini non c’è nulla di incompreso» tanto che «ci siamo telefonati per gli auguri di Natale». Non ieri, dunque, quando a più riprese si è pensato che i due potessero vedersi per un chiarimento. Invece, pochi minuti prima che il premier arrivi alla Camera, Fini lascia l’aula e si ritira nelle sue stanze. E neppure nelle quasi due ore in cui Berlusconi riceve nella sala del governo di Montecitorio ministri, sottosegretari e deputati c’è il tempo per un faccia a faccia. E se con il leader di An i contatti non sono frequenti, con La Russa e Gasparri - assicura il Cavaliere - i rapporti «sono quotidiani» e «ci sentiamo diverse volte al giorno». Per tornare a Nucara, «Andreotti non avrebbe saputo fare di meglio».
Perché è chiaro che al di là delle cautele e delle lodi le incomprensioni in vista della nascita del Pdl restano tutte. Con Berlusconi che conferma il congresso fondativo per il 27 marzo e La Russa, reggente di An che fa sapere che «ancora non è stata decisa una data ufficiale». Sottotraccia la partita per la definizione degli organi dirigenti del Pdl, con Fini che in più occasioni va ricordando un’intervista di qualche giorno fa a Campi, direttore di FareFuturo. Titolo eloquente: «Berlusconi non è il padrone del Pdl, il progetto ha senso solo se non è un Fi allargato». La risposta sta nelle parole di Stracquadanio, deputato di casa a Palazzo Grazioli, che ieri sfoggiava polemicamente i polsini con il simbolo di Forza Italia. Perché, spiega, «se le condizioni per fare il Pdl sono queste» allora «è meglio lasciar perdere». In verità, il Cavaliere non ha alcuna intenzione di frenare sulla nascita del Pdl a costo di andare incontro ad altri strappi. In questo senso anche la chiosa di Fini agli elogi del Cavaliere: «Visto che gli apprezzamenti non vengono solo dal Pd ma anche dal premier - ironizza in privato - da oggi ho uno stimolo in più per andare avanti sulla strada intrapresa». La partita, insomma, non finisce qui.
Ma più del Pdl e dei rapporti con Fini, Berlusconi è impegnato a mediare sul fronte Lega. Non tanto perché con Bossi le cose non vadano bene, quanto perché le divergenze tra il cosiddetto partito del Nord e quello del Sud cominciano a dar pensieri. Tanto che il premier si trova a fronteggiare contemporaneamente le richieste del ministro Fitto e di alcuni deputati del Mezzogiorno (che si presentano con una lettera con 72 firme contro il Sud che «è stato dimenticato») da una parte e quelle dei leghisti dall’altra. I primi riuniti nella sala del governo, i secondi (Bossi, Giorgetti, Cota, Martini) in una stanza adiacente. La mediazione parrebbe riuscita se è vero che lo stesso Senatùr va a far visita ai sudisti per un saluto. E se più tardi il Cavaliere dirà che «al Cipe utilizzeremo i fondi del Fas solo per interventi strutturali». In vista della tornata elettorale di giugno e in attesa che il federalismo venga approvato prima al Senato e poi alla Camera - come avrebbe assicurato il premier a Bossi - il Carroccio continua però sulla linea movimentista e, spiega il vicepresidente dei deputati del Pdl Napoli, «tiene la corda tirata». Così la Lega decide di far propria l’iniziativa del sindaco di Verona Tosi, convinto che la regione Veneto debba impugnare davanti alla Consulta il decreto anticrisi nella parte in cui consente al comune di Roma una deroga di due anni sul patto di stabilità. Sul punto si sono schierati pubblicamente una ventina tra sindaci e amministratori della Lega perché «le deroghe o si fanno a tutti o a nessuno». E Bossi non avrebbe nascosto a Berlusconi di essere pronto a dare la sua «benedizione» alla nuova crociata.