Il retroscena Legge elettorale e clandestini, i due incubi del Carroccio

RomaChe le dispute - o presunte tali - tra Pdl e Lega si concludano sempre con una pacca sulle spalle tra Berlusconi e Bossi è ormai un dato di fatto. Tanto che anche mercoledì il Senatùr aveva sparso fiori sul capitombolo sul decreto sicurezza assicurando che con il premier «tutto si risolve».
Con più d’un corollario, però. Perché durante il faccia a faccia con Bossi prima e dopo il Consiglio dei ministri, Berlusconi fa presente agli alleati che la corda la si può tirare «fino a un certo punto» e che nel Pdl sono in molti a non vedere di buon occhio le continue accelerazioni della Lega. Non solo nella componente di An ma anche tra i «sudisti» di Forza Italia. Insomma, è arrivato il «momento della responsabilità», dall’una e dall’altra parte. Bossi annuisce e in nome del federalismo assicura che non ci saranno strappi. Pacche sulle spalle, appunto. Tanto che appena concluso l’incontro è il Cavaliere ad annunciare il «chiarimento» con «piena soddisfazione di Maroni» e «piena condivisione» da parte della maggioranza «della politica sulla sicurezza del ministro». Una soluzione tecnica per ripristinare la norma che prolunga fino a 180 giorni la permanenza dei clandestini nei Cie - spiega il premier - è già allo studio.
Passano pochi minuti e, seppure chiamato in causa dalla domanda di un giornalista, Berlusconi tocca un altro punto sensibile. L’attenzione, infatti, si sposta sul nodo referendum. Perché il fatto che il Cavaliere dica che il governo «valuterà l’opportunità di un election day per risparmiare risorse» da destinare all’Abruzzo per la Lega equivale a una bomba di profondità. Se il quesito dovesse passare, infatti, avrebbe come conseguenza quella di spingere all’aggregazione, visto che il premio di maggioranza va alla lista (e non più alla coalizione) che ottiene più voti. Al Carroccio, dunque, non resterebbe che fare lista unica con il Pdl oppure correre da solo ma senza essere più determinante. Non è un caso che alle parole di Berlusconi segua il silenzio contrariato di tutti i vertici della Lega.
Già, perché se il referendum si votasse il 14 giugno - come chiede il Carroccio - sarebbe impensabile raggiungere il quorum, mentre un eventuale accorpamento alzerebbe di molto le possibilità di una vittoria del «sì». D’altra parte, fa notare Capezzone, «il tema dei costi esiste e non può essere trascurato» e «tra i sostenitori del compimento del bipartitismo ci sono autorevoli esponenti del Pdl». Basta dare uno sguardo al Comitato promotore: da Alemanno a Quagliariello passando per Alfano, Brunetta, Martino e Prestigiacomo. E che Fini sia sulla stessa lunghezza d’onda non è mistero. Il Cavaliere, dunque, parla di «necessaria riflessione» perché sa di non potere ignorare il problema dei fondi per la ricostruzione come pure un’area del suo partito che non fosse per la Lega avrebbe già iniziato la campagna per il «sì». Non a caso La Russa, Bocchino e Della Vedova applaudono l’apertura di Berlusconi.
Il premier, infatti, sta ragionando sulla possibilità di tenere il referendum il 21 giugno, non insieme al primo turno ma ai ballottaggi. In questo modo si otterrebbe l’auspicato risparmio e allo stesso tempo il Carroccio potrebbe stare relativamente tranquillo. Non del tutto, però, perché se mai nel Pdl si risvegliasse la scintilla referendaria le cose potrebbero cambiare. Con l’election day, insomma, la maggioranza avrebbe dalla sua un pungolo per rispondere agli affondi della Lega. Che, spiega Napoli, «non può pensare di dettare sempre le sue condizioni» perché «i nodi vanno sciolti tutti insieme». Non è un caso, che in serata da via Bellerio arrivi una sorta di altolà a quell’intesa sul decreto sicurezza già data per fatta. Perché, spiega un dirigente di peso del Carroccio, «visto che i tempi per ritoccare il decreto non ci sono più e che la strada di un decreto ad hoc non sembra percorribile» la questione della permanenza dei Cie «non è affatto di semplice soluzione». E al primo clandestino che esce, non c’è dubbio, la Lega sarà subito sugli scudi.