Il retroscena Dopo la pace coi suoi il Cav prepara la guerra alle urne

Roma«Quel che conta è il risultato...». Chi ha occasione di incrociarlo solo per pochi minuti durante una giornata passata a saltellare da una conferenza stampa con Tremonti a una con la Brambilla fino al faccia a faccia serale con la Clinton trova il Cavaliere piuttosto di buon umore. Soddisfatto da una parte per la tregua firmata ieri sia con la Lega sia con il ministro dell’Economia e pronto ad affondare i colpi nello sprint verso il voto amministrativo.
Poco importa, è il senso delle sue riflessioni, che sotto la cosiddetta «pax berlusconiana» restino comunque malumori e insofferenze con un Pdl che è sempre più una pentola in ebollizione. Per la pseudo-investitura di Tremonti, certo. Ma soprattutto perché la corposa tranche di nomine governative di ieri non ha lasciato sul campo solo la delusione di chi non è andato all’incasso (come Pionati o Galati) ma anche la rabbia di quanti nel Pdl si sentono ormai «succubi» sia della Lega sia dei Responsabili. «A noi niente, a loro tutto», è il refrain più gettonato di questi tempi a via dell’Umiltà. Che poi è una delle ragioni per cui Scajola, magari non tanto nelle dichiarazioni pubbliche quanto più nelle confidenze private, ha facile gioco a puntare l’indice contro la gestione di un partito che ha definito «un caos».
Il Cavaliere tutto questo lo sa bene. Ma la linea della «pax berlusconiana» punta ad arginare eccessi e insoddisfazioni su tutti i fronti per potersi concentrare sugli ultimi giorni di una campagna elettorale che il Cavaliere ha voluto impostare come un referendum pro o contro di lui. E questa, si sa, non è certo una novità nella strategia di comunicazione del premier. Così, sminata la Lega sul fronte Libia (con grande esercizio di pazienza nei confronti delle bordate di Bossi), tranquillizzato Tremonti e fatti sedere al tavolo una nutrita pattuglia di Responsabili e Fli «pentiti», il premier è deciso ora a non mollare un colpo.
Interviste alle tv e radio private in tutti i Comuni più importanti chiamati al voto, comizi (domani a Milano, dopodomani probabilmente Olbia e Cagliari, lunedì una passeggiata ad Arcore, martedì forse Crotone e venerdì Napoli) e toni da redde rationem nei confronti della magistratura. Berlusconi, infatti, è consapevole del danno di immagine che gli ha causato l’affaire Ruby e punta a che siano gli elettori, con il loro voto, a delegittimare la procura di Milano. Per questo qualche giorno fa, collegato telefonicamente a una cena elettorale milanese organizzata dalla Santanchè è arrivato a parlare non solo di «sinistra violenta» ricordando l’aggressione del candidato sindaco di Napoli del Pdl Lettieri ma anche di «magistratura violenta».
Il tutto con un accorgimento. Quel decreto sullo sviluppo che Valducci definisce una «scossa economica». Un dl che contiene una serie di misure per il rilancio del Paese e che, una volta tanto, sembra non scontentare troppi ministri. Un modo per cercare di dare un segnale di inversione di rotta al Paese lasciando intendere che questa sarà la road map che il governo seguirà nei prossimi due anni. D’altra parte, Berlusconi sa bene che la partita delle Amministrative è decisiva. E pur giocando fuori casa - nel senso che di norma i governi in carica pagano lo scotto del voto di midterm amministrativo - il Cavaliere ha la fortuna di giocare su piazze non difficili come Milano (culla di Forza Italia) e Napoli (esasperata da anni di governo di centrosinistra). La partita, insomma, si può vincere. Con il governo e lo stesso Berlusconi che ne uscirebbero rafforzati.