Il retroscena La partita doppia del leader «super partes»

Roma Sarà così (se vi pare), come sussurrano i delegati tra un padiglione e l'altro: Gianfranco Fini «vola alto». E poco importa ormai, a loro, se dal palco congressuale abbia parlato in veste di statista, presidente della Camera o capo partito. Ciò che conta, però, è che il co-fondatore del Pdl gioca ancora una volta una partita tutta sua. Per carità, avverte di non provare paura nel rimanere in minoranza, assicura di non avere ambizioni bellicose sulla leadership, ricorda che il suo ruolo è super partes. Ma a rimarcare le sue «idee», le sue «suggestioni», ci tiene, eccome. E libero dal condizionamento della platea, mollato il freno a mano tirato su all'ultima assise di An, Fini fissa i suoi paletti. Dice no allo Stato etico, ricorda la scadenza dei referendum a chi fa orecchie da mercante, rilancia la sua ricetta pro immigrati regolari.
Punto primo: lo Stato, le Istituzioni siano laiche. E visto che avanza dubbi pure sul ddl che legifera sul testamento biologico, si anima il dibattito, soprattutto tra i suoi ex colonnelli. Ma è un rischio calcolato, non c'è sorpresa. D'altronde, non è mica la prima volta che difende posizioni non condivise dalla maggioranza (vedi caso Englaro, distinguo su vicenda Welby, «sì» ai referendum su staminali e fecondazione assistita). E così, anche ieri, Fini ha aperto un fronte di discussione interno. «Ha fatto un suo ragionamento, su questi temi non c'è dottrina né verità», commenta Denis Verdini, coordinatore azzurro, convinto che al Senato ci sia stato un «eccessivo irrigidimento della norma», che la maggioranza «potrà correggere». Non si sbilancia Italo Bocchino: «Va fatta una legge, per evitare il Far West. Ma se alla Camera sono possibili miglioramenti, ben vengano». Dal palco, alza un po' il tono della voce Maurizio Gasparri: «Sul testamento biologico si può cambiare un comma, discutere di dettagli, ma non si altereranno i principi». Per Renato Schifani, «tutto è perfettibile, ma siamo intervenuti e abbiamo legiferato con libertà di coscienza». Insomma, si vedrà. Purché, si spera sottovoce, Fini non si metta di traverso a Montecitorio.
Punto secondo: prendere una decisione sul nodo referendum elettorali. Un bubbone niente male, visto che Umberto Bossi non vuole sentirli neppure nominare. Uno dei tre quesiti, infatti, garantirebbe un premio di maggioranza tale, alla lista con più voti, da rendere nei fatti inutile, al Pdl, l'alleanza con il Carroccio. La strada sarebbe quella del bipartitismo. E Fini, tra i firmatari per la consultazione, rilancia la questione, dando l'appuntamento al 7 giugno. La data, in realtà, non è stata ancora decisa, ma il suo pare un lapsus voluto più che un errore. Contro l'election day, non a caso, è il partito del Senatùr, che vorrebbe posticiparlo per non raggiungere il quorum. Intanto, il Comitato promotore lo ringrazia e Ignazio La Russa concorda: «Io sono già schierato, l'ho firmato e voterò a favore, ma occorrerà un dibattito interno per decidere se lasciare liberi gli elettori o essere per il bipolarismo».
Insomma, Fini si toglie qualche sassolino. E agli alleati «dedica» pure il punto terzo, bocciando la norma che consente ai medici di denunciare gli extracomunitari irregolari.