Il retroscena Quella giungla di intrecci tra doppigiochi e assenza di regole

Milano«Il procuratore non riceve». L’anticamera di Manlio Minale, capo della Procura della Repubblica di Milano, ha l’ordine di respingere i giornalisti. Impossibile chiedere chiarimenti, capire - dalla viva voce di chi ordina le intercettazioni - come sia possibile che una microspia costi a Milano il doppio che a Roma o a Catania. Così per orientarsi nel mistero dei prezzi del «Grande Orecchio» è giocoforza affidarsi all’altra parte. Agli uomini senza volto che per mestiere noleggiano allo Stato cimici, videocamere, localizzatori satellitari. Sono questi uomini senza volto a introdursi nelle case e nelle auto degli indagati, piazzando le loro diavolerie tecnologiche. Sono loro a spartirsi l’impressionante torta - 224 milioni nel 2007 - che la magistratura italiana spende per intercettare.
«Il vero problema per noi - spiega uno di loro - è che nessuna Procura ha un budget, un tetto annuale di spesa. Vengono ordinate migliaia di intercettazioni senza preoccuparsi di avere i soldi per pagarle. La conseguenza è che oggi le società come la mia sono in credito dallo Stato per più di 300 milioni che non si sa quando verranno pagati. E prima o poi si arriverà al black out. Quando non avremo più i soldi per pagare le linee telefoniche, saremo costretti a disattivare le cimici».
Ma il problema non è solo questo. La realtà è che il mercato delle intercettazioni è una giungla non regolata. Non esiste un albo ufficiale. Non esiste, incredibilmente, nemmeno un obbligo di Nos, il «Nulla osta sicurezza» che lo Stato chiede a chi lavora per lui in settori delicati. Oggi anche un pregiudicato può creare una sua società ed entrare nel mercato delle intercettazioni. Basta avere i canali giusti, i giusti rapporti con chi - nelle Procure e nelle forze di polizia - sceglie a chi dare l’appalto. La conseguenza è che si è creato un sottobosco di rapporti non sempre chiari. Vi sono casi eclatanti: a Milano si parla da sempre del figlio di un maresciallo dei Ros che ha l’esclusiva delle microspie per molte indagini. Inevitabilmente, accadono - tenuti rigorosamente segreti - episodi di doppiogioco, con intercettatori che passano le notizie agli indagati. E l’assenza di regole certe è anche una delle cause della giungla dei prezzi.
Come è possibile che la Procura di Roma abbia un listino prezzi con valori che sono meno della metà di quelli pagati altrove? «A Roma - spiega l’uomo senza volto - hanno fissato prezzi che sono fuori mercato. E così gli rifilano materiale di terza scelta, microspie cinesi o russe invece di quelle israeliane che sono le migliori del mondo. È successo più di una volta che una microspia si rompesse nel mezzo di un’intercettazione». Che intercettare a Palermo costi di più, spiegano, è naturale: i «bersagli» si sono fatti attenti, prima di riuscire a piazzare una cimice servono cinque tentativi, molti girano con il jammer, una stregoneria anti-intercettazioni che si può sconfiggere solo con le cimici digitali che però costano uno sproposito. «A Milano, invece, sono dei tontoloni, una microspia gliela metti sotto il naso o quasi».
Adesso tra gli uomini senza volto tira aria di protesta per le fatture non pagate. Molte aziende hanno chiuso, altre chiuderanno. A spartirsi la grande torta resteranno solo i colossi. E in questo clima di mugugno c’è chi - anche contro i propri interessi - racconta che a monte di tutto c’è la cultura della microspia facile. «Lo strumento dell’intercettazione è fondamentale, ma se lo accompagna una indagine vera, che dia un contesto e un senso logico a quello che ascolti, e soprattutto cerchi conferma sul campo. Che senso ha mettere sotto controllo cento telefoni se poi non c’è nessuno che li ascolta in presa diretta? Se nessuno può uscire dalla caserma e verifica se quel tale carico di cui si parla nella tale telefonata viene consegnato davvero? La verità è che bisognerebbe intercettare meno per intercettare meglio».