Il retroscena Sagrato profanato e svastiche: «Vaticano preoccupato»

RomaIn Vaticano c’è preoccupazione per quanto avvenuto durante le manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese, con le bandiere israeliane bruciate e la stella di David trasformata in svastica nazista, e i cortei culminati con centinaia di partecipanti che pregavano in direzione della Mecca, davanti alle porte del Duomo di Milano e di San Petronio a Bologna. Lo conferma al Giornale il direttore dell’Osservatore Romano, Gian Maria Vian: «C’è preoccupazione per questo uso violento della religione, sono rimasto impressionato da quanto è accaduto. Bisogna far di tutto per evitare queste strumentalizzazioni». Il quotidiano vaticano, nel numero oggi in edicola, non dedica molte righe ai cortei italiani e soprattutto, pur citandoli, omette riferimenti alle polemiche suscitate dalla preghiera islamica in piazza Duomo, trasformata in moschea all’aperto.
L’intenzione di tutti è quella di non enfatizzare quanto accaduto. Ma, al tempo stesso, a nessuno sfugge la delicatezza della situazione. La Curia milanese tace, dopo le parole dell’arciprete del Duomo, monsignor Luigi Manganini, che aveva definito la vicenda una «mancanza di sensibilità» da parte dei manifestanti musulmani e aggiungendo: «Da cristiano non avrei partecipato a una manifestazione che si fosse conclusa con una preghiera proprio di fronte a una moschea».
Preoccupazione, come pure volontà di non gettare benzina sul fuoco, si percepisce anche ai vertici della Conferenza episcopale italiana. Né la presidenza né il segretario generale sono intervenuti direttamente. Un commento su quanto avvenuto è stato però affidato a don Gino Battaglia, direttore dell’ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Cei: «La preghiera è cercare Dio: è sempre mettere nelle sue mani le nostre attese, speranze o desideri. Ovvero espressione di gratitudine e di lode. Ha dunque una sua logica, che non può essere mai contro qualcuno, a meno di non tradire la sua stessa essenza».
«Bisogna fare attenzione», osserva un vescovo della Santa Sede, collaboratore di Benedetto XVI, «perché secondo la visione islamica, la preghiera in un determinato luogo può significare renderlo musulmano per sempre. E poi, vorrei sperare che quanti si sono inginocchiati a pregare in direzione della Mecca a due passi dai portoni del Duomo di Milano, chiusi nonostante la messa vespertina, non siano gli stessi che hanno esultato bruciando la bandiera di Israele. Proprio oggi ho parlato di questo con un cardinale, il quale mi ha detto: “Se pregano, non fanno la guerra”. Mi auguro davvero che sia così. Purtroppo però negli ultimi anni abbiamo visto spesso il contrario, e cioè la crescita di un fondamentalismo che incita all’odio e alla violenza usando il nome di Dio: un abuso che prima Giovanni Paolo II e ora Benedetto XVI hanno fortemente criticato».