Il retroscena Tre mesi per convincere i rapitori ad azzerare le richieste

All’inizio i rapitori delle suore volevano 10 milioni di dollari per liberarle. Per questo il sequestro e la trattativa per riportarle a casa sono durati così a lungo. In gennaio i paracadutisti del Kenya erano pronti a lanciare un blitz per liberare le due missionarie in ostaggio. Per fortuna sospeso all’ultimo momento. Durante la prigionia hanno potuto telefonare alle consorelle parlando anche in italiano, per far sapere che erano ancora vive.
Questi sono solo alcuni tasselli del retroscena del sequestro, durato 102 giorni. L’intelligence italiana ha impiantato a Nairobi una task force che ha lavorato in stretta collaborazione con i servizi del Kenya. «La Somalia è terra di nessuno, senza interlocutori», spiega una fonte del Giornale. «Questi erano pirati di terraferma che pensavano di ottenere dalle suore in ostaggio quello che prendono sequestrando le navi al largo della Somalia», ribadisce la fonte.
All’inizio avevano sparato una richiesta di circa 10 milioni di dollari per il riscatto. Una cifra esorbitante, che nessuno aveva intenzione di pagare. Per far scendere i rapitori a più miti consigli ci sono voluti oltre tre mesi. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini ha fatto sapere che non si è compiuto alcun blitz e nessun riscatto risulta pagato. Difficile che i tagliagole che le tenevano prigioniere si siano decisi a liberare le suore per opera dello Spirito Santo. Fonti somale parlano di una cifra ben più bassa, al di sotto dei due milioni di dollari.
Il blitz non c’è stato, ma per un pelo. Il 7 gennaio la parlamentare Margherita Boniver, inviata personale di Frattini, vola in Kenya per sollecitare le autorità sul caso delle suore. «A Nairobi il ministro degli Interni aveva prospettato l’ipotesi di un blitz per liberarle, ma poi per fortuna ha fatto marcia indietro» rivela la Boniver al Giornale.
«I sequestratori non erano degli estremisti pronti a decapitare gli ostaggi – racconta la Boniver –. Si è presa in considerazione anche l’ipotesi di rendere disponibili degli aiuti umanitari o dei progetti per la popolazione locale al fine di invogliare i rapitori a liberare le suore». Non è escluso che nel patteggiamento finale per il rilascio delle suore sia rientrata anche una buona dose di aiuti. Unità di crisi della Farnesina, servizi segreti ed emissari politici lavorano, però, in camere stagne separate, ognuno con il proprio ruolo.
«Mi ha colpito che gli ostaggi potevano telefonare alle loro consorelle a Nairobi. La prima volta parlando nella lingua locale, ma poi in italiano» racconta la parlamentare, ormai specializzata in missioni delicate. Ieri stava preparando un’altra puntata a Gibuti e Nairobi per sollecitare il rilascio delle suore, quando è arrivata la lieta notizia della liberazione. Le consorelle hanno spiegato che dopo il rapimento, il 9 novembre in territorio keniota, sono state subito portate in Somalia dove hanno fatto «diversi spostamenti, per dirigerci alla fine verso Mogadiscio».
In un’intervista radiofonica, subito dopo la liberazione hanno ammesso che i rapitori erano shabab, i giovani talebani somali. In realtà sembra che si trattasse del Jabhad al Islamiya, il Fronte islamico. Un gruppo che sfrutta il fondamentalismo religioso per puri fini di potere e di controllo del territorio. Pur identificandosi come shabab puntavano più di ogni altra cosa a monetizzare il sequestro. Il loro capo si chiama sheik Hassan Jibril, soprannominato “capelli lisci”. Le trattative per la liberazione sarebbero state condotte da sheik Hassan Afrah, il rappresentante politico.