Il retroscena Tregua armata tra i due leader E Gianfranco stavolta tira il freno a mano

Roma Che Berlusconi e Fini giochino ormai due partite diverse non è certo una novità e, per molti versi, sta anche nelle cose. Lo spiega bene Della Vedova quando dice che «l’orizzonte del Cavaliere è l’azione del governo» mentre «la prospettiva del presidente della Camera è la costruzione dell’identità del Pdl guardando alla società che cambia». Una strategia, questa, che negli ultimi mesi ha più volte portato Fini a sostenere posizioni decisamente autonome rispetto ai vertici del partito su temi delicati come etica, sicurezza e lotta all’immigrazione clandestina.
Così, dopo la freddezza delle ultime settimane, quando la Velina rossa annuncia come imminente una replica di Fini alla presa di posizione di Berlusconi sul Parlamento («le assemblee pletoriche sono assolutamente inutili e controproducenti»), tutti si attendono una giornata di fuoco e fulmini. La reazione del presidente della Camera, invece, pur essendo tempestiva è - parola di un ministro della Lega - «insolitamente cauta rispetto alle bordate degli ultimi tempi». Fini, infatti, difende sì il Parlamento che - dice - è «interlocutore ineludibile, qualificato e impegnato» ma non nega che possa essere «forse pletorico» e si dice d’accordo sull’ipotesi «largamente condivisa» di «ridurre il numero dei parlamentari». Neanche una parola, invece, sul fatto che il premier si sia affidato all’immagine dei capponi e dei tacchini per rappresentare deputati e senatori che difficilmente voterebbero la riduzione del loro numero. «Una battuta che rimane tale e non esprime alcun giudizio di valore», spiega il presidente del Senato Schifani. «Fini - chiosa dunque Bonaiuti - conferma quanto dichiarato da Berlusconi».
Insomma, chi si aspetta un muro contro muro - trattandosi peraltro di materia su cui il presidente della Camera è più che titolato a intervenire - rimane un po’ deluso. Come i leghisti, che nelle ultime settimane avevano guardato con favore agli strappi di Fini, convinti che in vista delle elezioni le sue posizioni su sicurezza e lotta all’immigrazione non facciano altro che favorire un travaso di elettori dal Pdl alla Lega (proprio mentre a via dell’Umiltà preparano manifesti in «salsa padana», vedi quello sugli indiani).
Fini, invece, preferisce la via della cautela. Anche perché, spiega Stracquadanio, «negli ultimi tempi aveva già tirato abbastanza la corda» e «ora avverte la difficoltà elettorale». Inutile, insomma, arroccarsi a tutti i costi nella posizione dell’anti-leader, che poi - glielo hanno fatto presente persino i suoi consiglieri - alla lunga c’è il rischio di passare solo per un «signor no».
Fino alla tornata di giugno (amministrative ed europee) sarà dunque tregua armata, magari con qualche puntura di spillo. Poi, si riapriranno i giochi, forse partendo proprio dalla partita della riforma dei regolamenti parlamentari che - seppure non con toni troppo compiacenti - Berlusconi ha di fatto rilanciato.