Il retroscena. Tutti i nemici del futuro beato

Tre interventi papali in un mese e mezzo, due discorsi del cardinale Segretario di Stato, una mostra aperta al Braccio di Carlo Magno e visitabile fino agli inizi di gennaio prima di essere «esportata» in Germania, un convegno sul magistero, pagine e pagine di interviste e contributi sull’«Osservatore Romano»... Per i cinquant’anni dalla morte di Pio XII la Santa sede, su input dello stesso Benedetto XVI, che ha personalmente voluto queste iniziative, non si è certo risparmiata. Il 19 settembre scorso, ricevendo i partecipanti al convegno organizzato dall’associazione Pave the Way, presieduta dall’ebreo americano Gary Krupp, Papa Ratzinger ha difeso Pacelli spiegando che intervenne «in modo segreto e silenzioso» proprio perché «solo in tale maniera era possibile evitare il peggio e salvare il più gran numero possibile di ebrei». Poi, il 9 ottobre, presiedendo la messa solenne in San Pietro, Benedetto XVI ha parlato dell’«intensa opera di carità» che Papa Pacelli «promosse in difesa dei perseguitati, senza alcuna distinzione di religione, di etnia, di nazionalità, di appartenenza politica», ricordando le esplicite parole di condanna delle deportazioni pronunciate dal predecessore nel radiomessaggio del Natale 1942. In quella occasione Ratzinger aveva pure pregato per il felice esito della causa di beatificazione.
Risposte chiare e inequivocabili alle polemiche sollevate nelle ultime settimane, prima dal rabbino israeliano invitato a parlare al Sinodo, poi dal ministro Herzog e infine dal rabbino Rosen, che con accenti più o meno forti hanno inteso condizionare il Pontefice affermando che Pacelli non va beatificato o che almeno per farlo bisogna attendere l’apertura degli archivi riguardanti il suo pontificato. Il Vaticano non ha replicato a ogni polemica, ma tre giorni fa il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, ha pronunciato un documentato discorso che ha ribattuto punto su punto alle richieste e alle pressioni provenienti dal mondo ebraico, definendo Pio XII «un grande Papa», ricordando come la «leggenda nera» che lo riguarda ha avuto origini precise nel mondo comunista, spiegando che gli archivi dei quali si chiede a gran voce l’apertura, una volta resi accessibili rimangono deserti perché evidentemente la richiesta era strumentale a chi vuole usare «la storia come un’arma». E rivendicando come questione eminentemente religiosa e interna alla Chiesa l’eventuale beatificazione. Una beatificazione che non è osteggiata solo da esponenti del mondo ebraico, ma anche da qualche prelato all’interno dei sacri palazzi - è il caso, ad esempio, del Prefetto dell’Archivio segreto Vaticano Sergio Pagano che il mese scorso dalle colonne del Jerusalem Post si è sentito in dovere di consigliare pubblicamente il Pontefice di attendere prima di procedere con la beatificazione.
C’è chi ritiene che le commemorazioni servano a far passare in secondo piano il «congelamento» del decreto sull’eroicità delle virtù di Papa Pacelli, passaggio fondamentale del processo di beatificazione, approvato all’unanimità dalla Congregazione delle cause dei santi nel maggio 2007 ma non ancora promulgato da Benedetto XVI, che ha chiesto un supplemento d’inchiesta. In realtà il supplemento d’inchiesta, affidato al padre Ambrosius Eszer, sta per concludersi. Ed è possibile che la promulgazione del decreto possa avvenire nella prima metà del prossimo anno. Il riconoscimento dell’eroicità delle virtù, in ogni caso, non significa già beatificazione: sarà infatti necessario accertare un miracolo compiuto per l’intercessione di Eugenio Pacelli. La via verso gli altari, insomma, potrebbe essere ancora lunga. E sicuramente lastricata di polemiche.