Il retroscena Veltroni: io non mollo E D’Alema lo accerchia

RomaNon ha aspettato i risultati finali dalla Sardegna, Walter Veltroni. All’ora di cena il segretario del Pd ha lasciato la sede del partito e se ne è andato a casa, mentre i dati dall’isola ancora affluivano a spizzichi e bocconi ma la vittoria del candidato Pdl si delineava chiaramente, infrangendo le speranze di un testa a testa ancora aperto.
Oggi lo aspetta un primo round interno al coordinamento nazionale, dove siede anche il futuro antagonista per la segreteria, Pierluigi Bersani. Ieri sera i fedelissimi del segretario smentivano recisamente le voci di un Veltroni stanco dello stillicidio interno e tentato dal gettare la spugna: «A mollare non ci pensa nemmeno», spiegavano. Certo la situazione non è facile, e nessuno sa bene che fare di qui alle Europee per invertire la tendenza. «La cosa migliore sarebbe anticipare il congresso: altri quattro mesi di guerriglia strisciante possono solo farci del male», sospira il super-veltroniano Stefano Ceccanti, ma sa che Veltroni ha già scartato l’ipotesi. Emma Bonino, radicale eletta nel Pd, è tranchant: «Non credo che il Pd possa reggere così fino alle Europee».
A consolare non valgono neppure i risultati di lista del Pd, che segnano un calo intorno ai 10 punti rispetto alle politiche di un anno fa. Commenti ufficiali, a tarda sera, ancora nessuno. Si prende atto di una sconfitta pesante, e di un segnale chiaro: «Non c’è ancora nessuna inversione di tendenza nell’elettorato, il ciclo berlusconiano è ancora in corso ed è ingenuo cercare rivincite ravvicinate», dice il veltroniano Giorgio Tonini. Che ammette il «quadro sfilacciato» interno, che rende difficile il percorso di qui alle Europee. Ma dubita che qualcuno cerchi in tempi brevi «forzature» sulla leadership. Come spiega un altro fedelissimo del leader, «quelli» (ossia gli avversari interni, dalemiani in testa) «sperano che il partito cada loro in mano dopo le europee, per nostro abbandono del campo post-sconfitta». Una vittoria in Sardegna sarebbe stata certo la vittoria di Renato Soru, ma per Veltroni avrebbe costituito una preziosa boccata di ossigeno. Dopo la batosta invece si annaspa, e nessuno pare avere una ricetta o un «piano B». Né il segretario, né i suoi avversari. Reduci ieri da una pesante battuta d’arresto alle primarie fiorentine: Michele Ventura, il candidato dalemiano ufficialmente benedetto da Bersani, si è piazzato quarto con un misero 12 % dei voti. «In termini numerici - gongolavano ieri in casa veltroniana - ha preso tanti voti quante le firme raccolte per la candidatura». Certo anche il candidato appoggiato dal vertice Pd, Lapo Pistelli, è stato sbaragliato dal giovane outsider (di simpatie rutelliane) Matteo Renzi. Ma per Veltroni, alla fine dei conti, vale più la botta subita dal suo antagonista Bersani, che dimostra che la linea alternativa del partito «solido» e radicato a sinistra non va lontana. E d’altronde lo stesso D’Alema, che ieri pomeriggio presentava con Bertinotti il libro dell’ex segretario Prc Giordano, si è guardato dall’affondare il colpo, limitandosi a ribadire la sua convinzione che la linea del Pd «autosufficiente» è sbagliata e che il Pd è un partito «indeterminato». Mentre Rutelli smentisce scissioni («Non esiste») ma chiede più «coraggio».