Il retroscena Vi spiego come un tribunale diventa fabbrica di clandestini

MilanoEntro nell’aula e immediatamente il giudice, ansioso, mi chiede: «Lei è un avvocato»? «No, giornalista». «Peccato». Ci vuole qualcuno per difendere Valentin, albanese, irregolare. E ci vuole in fretta, perché il processo per direttissima funziona come una catena di montaggio. Se s’inceppa il meccanismo, tutti gli altri dibattimenti in coda si bloccano. Serve in fretta un avvocato che non sa nulla di Valentin ma che lo piloterà in pochi minuti verso la libertà. Lui aspetta paziente dietro le sbarre, ma sono gli ultimi minuti prima di tornare in clandestinità. Finalmente un avvocato incolpevole entra nell’aula e viene immediatamente arpionato dal magistrato: «La prego di difendere questo signore».
Il dibattimento dura cinque minuti cinque: l’albanese è stato fermato in base alla Bossi-Fini per il reato canonico di permanenza clandestina. L’avevano espulso, ma lui non se n’è andato. E adesso? «Stia a vedere - mi dice l’avvocato Maria Grazia Bosco - fra un attimo questo signore sarà libero». E di nuovo clandestino. La legge funziona così. Ogni giorno a Milano ci sono dieci-quindici scarcerazioni come questa. In Italia centinaia.
Il difensore d’ufficio siede a fianco del cronista, il giudice ci osserva entrambi, forse di nuovo assalito dal dubbio. Finalmente, si comincia: in realtà il caso non è così semplice, si scopre che Valentin era già stato fermato nel ’98. Undici anni dopo, siamo al punto di partenza. Come mai? Lui non spiccica una parola d’italiano, arriva l’interprete e l’uomo, scarpe da tennis e jeans, dà la sua versione: «Ma io vivo in Grecia, sono venuto in Italia solo per trascorrere il Capodanno con mio cugino. Abito a casa sua». Il magistrato scuote la testa: «Solo che suo cugino non ha fissa dimora». Però Valentin è incensurato. Non ha precedenti, per furto, spaccio o altro. L’udienza è già finita: la sentenza arriverà con calma il 17 aprile, ma tanto non cambia nulla. L’imputato torna libero, come nove volte su dieci per le violazioni della Bossi-Fini. Il tribunale lo saluta ironicamente: «Si tenga in contatto con il suo avvocato». Di cui probabilmente l’albanese non ha nemmeno afferrato nome e cognome. Un basco azzurro della polizia penitenziaria apre la gabbia: Valentin se ne va.
La catena di montaggio è già al caso successivo. Un altro albanese. Ancora in manette. L’avevano espulso, ma l’hanno trovato senza biglietto sull’autobus. L’udienza è velocissima: l’uomo viene scarcerato in attesa della sentenza, prevista per la primavera. Anche lui è fuori. «Se lei gira per l’Italia - mi conferma Maria Grazia Bosco - vedrà ripetersi questa scena tutti i giorni un’infinità di volte».
Il palazzo di giustizia è il luogo in cui l’irregolare viene restituito alla clandestinità. In attesa della sentenza o subito dopo l’eventuale condanna virtuale: «La scorsa settimana ho difeso quattro clandestini - prosegue il legale - e tutti e quattro sono stati condannati a pene modeste, variabili fra i 6 e i 10 mesi. Un minuto dopo sono tornati liberi». Ora, se non lasceranno l’Italia o non saranno imbarcati su un aereo, nessuno potrà più ammanettarli: non si può, paradosso beffardo, essere condannati due volte per lo stesso reato.
Torno in aula. Ora dietro le sbarre c’è un tunisino: l’avevano espulso a Natale, era rimasto in Italia, l’hanno arrestato per la solita violazione della Bossi-Fini. Solo che salta fuori un precedente: una condanna a 10 mesi, scontati interamente in cella, per spaccio. Il dibattimento viene aggiornato al 19 giugno. Che fare, in attesa della sentenza? Il giudice pensa a lungo, poi come se non bastasse quella legge così permissiva, opta per un provvedimento buonista e sceglie una linea soft: l’arabo viene scarcerato e tornerà, se tornerà, in estate, per conoscere l’entità di una condanna che, con ogni probabilità, non sconterà mai.
La giornata è finita: su quindici imputati, più o meno, ne sono rimasti in cella due. Un senegalese e un italiano, arrestato per droga. Il gioco dell’oca delle scarcerazioni riprenderà domani. Per direttissima.