Il retroscena Il voto sulle richieste d’arresto

RomaUn Papa alla Camera, un Tedesco al Senato: «Ai tempi della guerra fredda si sarebbe chiamato scambio di prigionieri», commenta ironico il deputato ex Ds e ora Pd Antonio Luongo.
Oggi pomeriggio, infatti, le aule di Palazzo Madama e di Montecitorio saranno chiamate a votare sì o no all’arresto di due propri membri, uno di destra (alla Camera) e uno di sinistra (al Senato), inquisiti entrambi per fatti di corruzione in inchieste diversissime per tempi e argomenti. E dietro le battute si nasconde una tensione che ieri nel Pd era altissima e che a sera ha costretto il segretario Pierluigi Bersani - dopo un pomeriggio di conciliaboli, discussioni e, raccontano, telefonate di fuoco con lo stato maggiore Pd del Senato - a convocare i giornalisti per mettere a verbale che «noi non chiediamo il voto segreto e ci opponiamo a chiunque, alla Camera e al Senato, lo chieda. E siamo per dare l’autorizzazione all’arresto sia alla Camera che al Senato. Questa è la posizione compatta di tutto il Pd, che terremo assolutamente ferma».
Il caso di Alberto Tedesco, senatore del Pd (ora nel gruppo misto) ed ex assessore alla Sanità della prima giunta Vendola, inquisito per gli scandali sanitari pugliesi, e sul cui capo pende da mesi una richiesta di arresti domiciliari, rischia di creare un cortocircuito da cui il Pd teme di uscire ustionato. Ieri, a sorpresa, la conferenza dei capigruppo del Senato ha infatti deciso di fissare la votazione della sua richiesta di arresto in perfetta coincidenza con il voto della Camera sull’arresto del deputato Pdl Papa. E lo ha deciso su richiesta del Pd, così argomentata dal vicepresidente dei senatori Nicola Latorre: «Bisogna allontanare anche il minimo sospetto che su fatti di questa natura ci possano essere miseri scambi o strumentalizzazioni». Il Pdl ha immediatamente dato il proprio assenso, «per sensibilità politica e personale», come ha spiegato Gaetano Quagliariello.
Peccato che Bersani, assicurano dai vertici del Pd, impegnato tutta la mattina nella riunione di direzione del partito alle prese con le divisioni interne sulla legge elettorale, fosse del tutto all’oscuro dell’intesa intercorsa a Palazzo Madama, e che la notizia della concomitanza lo abbia colto di sorpresa quando ormai era troppo tardi per tornare indietro. Ora, spiega un dirigente Pd di Montecitorio, «dobbiamo solo pregare che il Senato non salvi Tedesco: altrimenti è chiaro che la maggioranza, Lega in testa, ci accuserà di aver scambiato la sua testa con quella di Papa nel segreto dell’urna. E la gente tirerà le monetine a noi come a loro». E nel Pd tornano in circolo vecchi veleni, con l’ala dalemiana (di cui Latorre fa parte, e in cui veniva annoverato anche Tedesco) sospettata di essersi messa d’accordo col Pdl per fissare il voto in simultanea e «scambiare i prigionieri». Sospetti che il Pdl avalla: «Vedrete che da sinistra una ventina di voti contro l’arresto di Papa arriveranno», assicurava ieri ai suoi Osvaldo Napoli. «Sono certo della buonafede di Latorre, ma è stato un errore grave aver richiesto la contestualità», sbotta il veltroniano pugliese (ora schierato col segretario) Dario Ginefra.
I dirigenti del Pd, alla Camera come al Senato, sono impegnati a blindare i propri parlamentari perché nessuno si sogni di votare contro le richieste di arresto. Ma la maggioranza chiederà lo scrutinio segreto e dimostrare come è andata davvero sarà impossibile. «Domani (oggi ndr)- prevedeva ieri sera un dirigente Pd di lungo corso - sarà una giornata nera per tutto il Parlamento».