Revival di piazza

«Una manovra elettorale e furba»: così è stata definita la Finanziaria 2006, in una intervista alla Stampa, dal segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani. Più moderato ed educato, almeno nel linguaggio, di Romano Prodi che ha bollato la Finanziaria come «infame, selettiva, e non elaborata in maniera casuale». Ossia, par di capire, asservita agli interessi della reazione in agguato. Nelle parole di Epifani si coglieva anche un accenno all’eventualità d’uno sciopero generale: restando comunque inteso che la Cgil sarà appassionatamente al fianco del centrosinistra nella manifestazione popolare che l’Unione prodiana ha indetto per domenica prossima, prendendo a bersaglio sia i conti di Tremonti sia la riforma della legge elettorale.
A chi ha una memoria appena appena passabile questo sembra per certi aspetti un revival del 1994: con la mobilitazione di piazza (allora fu contro la riforma pensionistica) e con un alleato frondista (allora Bossi, ora Follini). La differenza fondamentale è che undici anni or sono Berlusconi esordiva come presidente del Consiglio, e adesso si appresta a consegnare agli italiani, perché giudichino, il bilancio di un quinquennio a Palazzo Chigi.
Epifani ha già giudicato: negativamente, off course. Con ciò rispetta la tradizione e la vocazione della sua organizzazione: che è quella di essere, contro venti e maree, la cinghia di trasmissione sindacale della sinistra. Lo fu del Fronte popolare socialcomunista, finché resistette, lo fu del Pci (e Giuseppe Di Vittorio dovette approvare, con desolata disciplina, anche l’intervento sovietico in Ungheria), lo è della coalizione prodiana. Le critiche di Epifani sono scontate: sorrette da argomenti che mi sembrano contraddittori e deboli. Lasciamo stare il «furba», termine che dopo i «furbetti del quartierino» evocati da Stefano Ricucci è in gran voga. Sarebbe preferibile una Finanziaria sprovveduta e cretina? Mi auguro che non lo pensi neppure Epifani. Ma è più importante l’altro addebito, quello di «manovra elettorale». Sarebbe stata cioè concepita per catturare voti anche a scapito della razionalità e dell’interesse nazionale.
Vediamo. La manovra taglia gli sprechi - operazione salutare ma non popolare - e incide sui benefici di categorie privilegiate ma numericamente consistenti, basta pensare alle Nomenklature politiche e parapolitiche. La manovra riduce i trasferimenti agli enti locali: nei quali - l’ha documentato una miriade di inchieste e di denunce - gli sperperi sono immani e crescenti, i clientelismi infiniti (contro di essi non mi pare si siano levate proteste perentorie dei sindacati, che assistevano a ciglio asciutto a scandali forestali o d’altro genere). È questo il modo per accalappiare elettori? Epifani prospetta una catastrofe dei servizi sociali, con bambini senza asili nido, così mettendosi in scia a Veltroni che preannuncia Roma al buio. Nessuno afferma che questi sacrifici siano tutti indolori, ma se alcuni tra essi - ed è molto triste - incide sulla carne viva, c’è tanto grasso inutile da raschiare. Anche nell’amministrazione centrale, intendiamoci, e finalmente le grandi centrali del privilegio (Quirinale, Palazzo Madama, Montecitorio) si sono decise a dare il buon esempio.
Questa Finanziaria scontenterà tanta gente: il che è esattamente il contrario di quanto Epifani sostiene. Si dica pure che la Finanziaria è sbagliata, magari lo sarà anche in qualche sua parte (ma la severa Confindustria di Montezemolo la ritiene «responsabile»). Non la si accusi tuttavia contemporaneamente d’essere elettorale - ossia spendacciona - e di usare la lèsina alla Quintino Sella. La verità ultima è che di elettorale, in questa polemica, c’è soprattutto l’offensiva dell’opposizione e della fida Cgil per etichettare come repressive e iugulatrici le misure di rigore imposte dalle circostanze, e per suscitare malcontento in vista della sfida elettorale di primavera. Può anche capitare che il populismo spregiudicato renda, da un punto di vista cinicamente politico. L’Italia però ha bisogno d’altro, ha bisogno di conti seri e di tagli veri.