Per riaccendere la Biennale si riesuma Cattelan

A Venezia c’è un fatto indubbiamente positivo, al di là di polemiche, ballottaggi e partigianerie: nelle ultime due edizioni della Biennale l’arte italiana ha recuperato peso e centralità. Sono lontani i tempi in cui i direttori la relegavano in secondo piano (come fece Storr nel 2007), addirittura ignorandola (fu il caso delle due spagnole Corral e Martinez). Dopo Birnbaum, anche Bice Curiger, curatrice di Illuminazioni che apre oggi alla stampa e sabato al pubblico, ha compiuto un attento screening sul nostro territorio, scegliendo alla fine dieci rappresentanti nell’arte del Belpaese, più una clamorosa rentrée dell’ultimo minuto, oltre all’omaggio a Tintoretto di cui molto si è detto e scritto nelle scorse settimane.
Dei dieci prescelti, la metà sono donne; quattro nati negli anni ’70; quattro vivono stabilmente (o quasi) all’estero; otto sono alla prima Biennale e due gli artisti scomparsi cui si concede un meritato tributo. Partiamo proprio da questi ultimi. La Curiger punta l’attenzione su Gianni Colombo e Luigi Ghirri. Il primo (morto nel 1993) è stato il padre dell’arte cinetica, un movimento che ha avuto breve fortuna negli anni ’60, una città di riferimento (Milano), poi è sembrato perdersi per un lungo tratto salvo ritrovarsi di recente anche nell’interesse dei collezionisti. Colombo, fratello del noto designer Joe, fu l’inventore dello Spazio elastico, un’installazione che contemplava l’approccio ludico in linea con il carattere del suo autore, dandy raffinato che aveva una segreteria telefonica in francese. Luigi Ghirri (Reggio Emilia 1943-92) è stato in fotografia ciò che Giorgio Morandi fu in pittura: poeta delle piccole cose, un obiettivo sentimentale sulla quotidianità del paesaggio padano, maestro dai colori tenui, capace di catturare dettagli lirici e privati. Grazie al revival degli anni ’70, le sue quotazioni sono aumentate significativamente e le sue foto entrate nel circuito mercantile. Bice Curiger, non poteva essere altrimenti, privilegia l’arte concettuale. Quella italiana è comunque diversa dalle altre: più leggera, attenta alla forma, poco interessata al sociale.
Un tempo gli stranieri agognavano il Gran Tour, oggi i nostri giovani si trasferiscono all’estero sedotti dalle chimere dell’internazionalismo. Che la «fuga dei cervelli» interessi anche l’arte? Giorgio Andreotta Calò (Venezia, 1979) vive ad Amsterdam, Meris Angioletti (Bergamo, 1977) e Luca Francesconi (Mantova, 1979) hanno scelto Parigi, mentre Monica Bonvicini (Venezia, 1965), già Leone d’Oro nel 1999, è da tempo cittadina berlinese. I primi due fanno parte della recente pattuglia di neoconcettuali, assidui frequentatori di residenze e applications nelle fondazioni, abili a costruirsi un curriculum di tutto rispetto più che un lavoro appetibile. Francesconi risulta il più vario, molto legato alle suggestioni della sua terra, cattolico dichiarato, con un passato politico nelle «giovanili» dell’UDC a fianco di Pierferdi Casini. La «convocazione» di Elisabetta Benassi (Roma, 1966) e Giulia Piscitelli (Napoli, 1965) suona come un premio alla lunga gavetta, meritato soprattutto per la prima, autrice di bei film sulle periferie capitoline ove echeggia lo spirito di Pasolini. Fresca e originale la poetica di Marinella Senatore (Napoli, 1977) che alterna video a installazioni: al centro, ancora una volta, l’osservazione della piccola realtà antieroica, tutta al femminile. Sono lavori che non colpiscono al primo impatto, c’è bisogno di attenzione e di tempo.
Per quanto la curatrice abbia operato con attenzione e intelligenza, non poteva mancare il tocco snob, tipico del suo ambiente che preferisce «inventare» un artista dal nulla piuttosto che correre il rischio di prendere uno dal cursus honorum ritenuto non all’altezza. Così a Venezia, anche quest’anno, approda un illustre sconosciuto, che non fa mostre, produce pochissimi lavori e si nasconde dietro il suggestivo nom de plume Norma Jeane, presso in prestito nientemeno che da Marilyn. Dietro la finzione letteraria si nasconde un signore cinquantenne, fidanzato con una critica d’arte, una specie di situazionista del terzo millennio, convinto sostenitore dell’arte del non-esserci, figlioletto dei Prini, dei De Dominicis, delle Marise Merz... all’insegna del già visto.
Queste proposte rischiano di passare in secondo piano a causa dello scoop dell’ultima ora: l’inatteso ritorno di Maurizio Cattelan, alla sua settima presenza in Laguna. Inserito nella prima lista di Vittorio Sgarbi al Padiglione Italia, fresco di bio-agiografia a firma Francesco Bonami, estatto dal cilindro della Curiger con un lavoro storico, l’installazione dei piccioni scagazzanti già esposta alla Biennale del 1997. Ciò confermerebbe la crisi d’ispirazione del Nostro, e le voci sempre più insistenti sul suo ritiro dopo la retrospettiva del prossimo autunno al Guggenheim New York. Nel frattempo, questa clamorosa rentrée suona come il tentativo di riposizionare l’attenzione su Illuminazioni, finora mediaticamente schiacciata dal Padiglione Sgarbi.