Riad, bimbo soffoca nel sonno: a morte la baby-sitter di 17 anni

La giovane cingalese è stata condannata alla decapitazione: la sua vita è appesa al ricorso degli avvocati

Quando Rizana Nafeek lasciò il suo villaggio nello Sri Lanka non aveva ancora 17 anni. Sognava un lavoro e qualche soldo. Ovunque e comunque. L’agenzia propose l’Arabia Saudita. «Dovremo solo ritoccarti l’età sul passaporto - spiegarono - altrimenti trovare lavoro sarà impossibile». Rizana accettò e si giocò la testa. Non è un modo di dire.
La condanna alla decapitazione è già stata scritta. L’ha emessa il 16 giugno una corte islamica saudita. Senza avvocati perché lei non può pagarli. Senza dibattimento come prevede la sharia. E senza riguardo per una minor età impossibile da provare. Senza i trentamila euro raccolti dalla solidarietà internazionale la sua testa sarebbe già rotolata ai piedi del boia. I termini per un ricorso scadevano un mese dopo e i legali, pagati con quel gruzzolo, hanno depositato la documentazione 24 ore prima. Ma il ricorso non è la salvezza. Se non verrà accettato, la pubblica decapitazione verrà eseguita entro poche settimane, come previsto dall’inflessibile legge saudita.
L’incubo di Rizana inizia subito dopo l’arrivo in Arabia Saudita. L’agenzia le ha trovato un impiego a Dawdami, una cittadina a 380 chilometri da Riad, presso la famiglia di Naif Jiziyan Khalafal Otaibi, un funzionario governativo padre di un bimbo di quattro mesi. Rizana fa la baby sitter, come migliaia di altre giovani asiatiche, ma dura meno di due settimane. Una sera dà il latte al bimbo, l’infila nel letto, attende l’arrivo dei genitori. Quando la madre lo prende in braccio è già morto. Rizana giura di non essersi accorta di niente. Il bimbo probabilmente è soffocato dopo un rigurgito o un malore. Ma la famiglia pretende un colpevole. Il padre punta il dito su di lei, l’accusa di averle strangolato il figlio. Rizana finisce in galera. Non parla l’arabo, non ha un soldo, non può permettersi un avvocato. Non sa che l’Arabia Saudita ha firmato un accordo internazionale impegnandosi a non condannare a morte, come prevede la sharia, i minorenni. Conosce solo il buio della cella e i tormenti degli aguzzini. Resiste qualche settimana, poi firma la confessione. Tutto il resto è solo formalità. I giudici si riuniscono a porte chiuse, la convocano per ratificare la confessione. Lei ritratta, racconta di essere stata maltrattata, costretta a firmare. Ma è straniera, infedele, senza soldi e rea confessa. La condanna è, come dire, già scritta.
La sentenza della corte islamica viene proclamata lo scorso 16 giugno e puntualmente l’ambasciata dello Sri Lanka volta la testa dall’altra parte. Ha troppi immigranti, troppa gente nelle galere saudite. Pagare il ricorso di Rizana rappresenterebbe un pericoloso e costoso precedente. Meglio lasciarla al suo destino. A svelare il dramma di Rizana e a mettere in moto l’Alto Commissariato dell’Onu per i diritti umani ci pensa un servizio della Bbc. Gli avvocati pagati con una sottoscrizione compilano un ricorso in cui Rizana si dichiara innocente e chiede di presentare un atto di nascita per provare la sua minore età alla morte del bimbo. La sua testa resta, però, appesa un filo. I giudici dovranno accogliere il ricorso e accettare la tesi dell’incidente o riconoscerle la minore età. Soltanto così la famiglia Otaibi sarà costretta a rinunciare al diritto, garantito dalla legge islamica, di assistere alla decapitazione. Soltanto così gli avvocati potranno raggiungere un’intesa e concordare un risarcimento con la famiglia Otaibi. Ma basterà un no dell’inflessibile corte islamica e il boia tornerà ad alzare quella scure abbattutasi, solo quest’anno, sul collo di oltre di cento condannati.