A Riad l’ordine è condannare Israele e Usa

Hamas decisa a non fare passi indietro Olmert lancia segnali pacificatori e ordina l’evacuazione di una colonia

A Riad la pace non sembra in svendita. Il summit della Lega Araba, convocato per discutere il resuscitato «piano di pace saudita» e magari avviare uno storico negoziato con Israele per modificarlo, sembra per ora un consiglio dell’intransigenza. In questo clima il summit ha ieri sera approvato all’unanimità il piano già adottato a Beirut nel 2002. A mostrar i denti sono soprattutto i padroni di casa protagonisti di una serie di duri attacchi a Stati Uniti e Israele. A dar fuoco alle polveri ci pensa re Abdullah. Nel suo discorso di saluto e apertura il sovrano saudita non esita a condannare la presenza americana in Irak definendola contraria al diritto internazionale. «Nell’amato Irak - denuncia il sovrano - si continua a versare il sangue dei nostri fratelli all’ombra di un’illegittima occupazione straniera mentre un orribile scontro settario spinge il Paese verso la guerra civile». Parole non da poco. Fino a oggi l’Arabia Saudita, ufficialmente uno dei migliori alleati di Washington in Medio Oriente, non aveva mai definito illegittima la presenza americana. Anche perché quelle parole, pronunciate dal custode della Mecca, equivalgono nell’interpretazione islamica a giustificare gli attacchi contro gli americani. Poi, tanto per non venir frainteso re Abdullah avverte che i Paesi arabi «non permetteranno a nessuna forza straniera di decidere il futuro della regione». A regolare i conti con Gerusalemme ci pensa il ministro degli Esteri Saud al Faisal. «Se Israele rifiuta il piano allora non vuole la pace e il conflitto può tornare nelle mani dei signori della guerra», avverte Faisal. La frase suona come un «prendere o lasciare» sui quei controversi punti del ritorno dei profughi e dello status di Gerusalemme che Israele vuole a tutti i costi emendati prima di qualsivoglia trattativa sul piano di pace saudita. Re Abdullah non sembra, del resto, disposto a concedere molto. «Bisogna mettere fine quanto prima all’ingiusto blocco imposto al popolo palestinese e permettere al processo di pace di progredire in un’atmosfera non dettata dalla forza e dall’oppressione».
Alla ripresa del summit di oggi il fuoco di sbarramento saudita potrebbe comunque rivelarsi un’effervescenza transitoria, un cortina fumogena creata ad arte per affogare la voce dei Paesi contrari a ogni apertura a Israele. In testa agli irriducibili c’è sicuramente la Siria. Damasco è decisa a sabotare la formazione di un gruppo di lavoro ristretto, formato da sauditi, egiziani, giordani ed Emirati, a cui affidare eventuali trattative dirette con Israele sul piano di pace. Abdullah ha tentato lunedì sera di disinnescare l’opposizione di Damasco ricevendo il presidente siriano Bashar Assad. L’incontro rappresenta un’inattesa apertura. Alla fine della guerra tra Israele e Hezbollah della scorsa estate il presidente siriano, già sospettato di aver ordito l’omicidio dell’ex premier libanese Rafik Hariri uomo di fiducia dei sauditi, aveva insultato la casa regnante saudita e gli altri capi arabi definendoli «mezzi uomini». L’offesa e il successivo tentativo di scalzare, d’intesa con l’Iran, il governo libanese di Fouad Siniora aveva portato Riad e Damasco allo scontro frontale. Il ruolo dei sauditi nel disinnescare la crisi libanese e nell’impedire una guerra civile palestinese costringendo Hamas e Fatah a formare un governo di unità nazionale ha comunque conferito a re Abdullah un peso negoziale senza precedenti. Forte del suo ruolo di campione del mondo sunnita e di unico contrappeso rilevante all’influenza iraniana, la casa regnante saudita può anche ignorare le proteste siriane e quelle del premier fondamentalista palestinese Ismail Haniyeh deciso a denunciare qualsiasi passo indietro sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Consapevole che l’Iran da solo ben difficilmente potrà sostituire il sostegno finanziario e l’appoggio politico religioso garantito dal mondo sunnita, Hamas si accontenta per ora di far sentire la propria voce evitando lo scontro diretto con Riad.
Sul fronte israeliano il debolissimo premier Ehud Olmert, minacciato dalla relazione della commissione Winograd sulla sua condotta nel conflitto con Hezbollah, sa che la propria sopravvivenza politica è legata a un’inattesa svolta diplomatica capace di renderlo insostituibile agli occhi di Condoleezza Rice. Il premier, pur definendo inaccettabile il diritto al ritorno dei profughi e il ripristino dei confini del ’67, gioca dunque le sue carte da pacificatore. Ieri non ha esitato a ordinare lo sgombero delle rovine di Homesh. La colonia cisgiordana, evacuata e distrutta contestualmente al ritiro da Gaza, era stata rioccupata nei giorni scorsi da 450 coloni decisi a ricostruirla.