Riad lancia la clinica per «alqaidisti anonimi»

Per chi ci arriva dall’inferno di Guantanamo è un salto in paradiso. Non quello dei kamikaze e delle 72 vergini, ma quello dei villaggi turistici con servizio in camera, piscine e campi da calcio. Lo chiamano centro di riabilitazione ed è il simbolo della «risposta morbida» al terrorismo integralista. I sauditi almeno la chiamano così. Per nuotare nelle sue quattro piscine o sgroppare dietro a un pallone su campi da calcio - così verdi da far invidia a Wembley - devi però aver conosciuto Osama bin Laden - o i suoi sgherri - ed essertene pentito.
Del resto questa colonia per «alqaidisti anonimi» in via di recupero è appena fuori Riad, la capitale di quella fucina del terrorismo radicale da dove partirono 15 dei 19 kamikaze entrati in azione l’11 settembre. Da allora la catena di montaggio non si è mai fermata. L’Arabia Saudita sforna oggi, secondo stime statunitensi, almeno metà dell’ottantina di volonterosi carnefici suicidi pronti, ogni mese, a seminar morte e terrore sulle strade irachene. Ma queste cifre diventano irrisorie rispetto ai bilanci casalinghi e ai registri carcerari con i nomi di migliaia di giovani sauditi transitati dal wahabismo di corte alle cellule locali di Al Qaida.
Facile capire che per la casa regnante saudita tenere dietro le sbarre le troppe pecorelle nere del gregge wahabita non è solo ingombrante, ma anche imbarazzante. Meglio tentare di redimerle, trasformarle in esempi viventi della follia terrorista e rimandarle in società a raccontare errori e fatali trasgressioni.
Il 22enne Ahmed al Shayea è il simbolo vivente di questa strategia voluta e ispirata dall’onnipotente ministro dell’Interno, principe Mohammed bin Nayef. Prima di approdare al centro d’accoglienza per jiahdisti pentiti di Riad, Ahmed al Shayea ha inseguito i fantasmi della «guerra santa» e del martirio tra i campi di addestramento del terrorismo iracheno. Ma il camion imbottito di esplosivo destinato a sbalzarlo dal cuore di Bagdad al grembo delle 72 vergini che lo aspettavano in paradiso non è bastato. In quel giorno di Natale del 2004 un piccolo miracolo o una crudele beffa lo hanno lasciato vivo, sfigurato e orribilmente ustionato in mezzo a un inferno di fuoco e corpi straziati. Poi è diventato il dannato senza volto e senza dita del carcere di Abu Graib.
Prigioniero di quelle sbarre e del proprio personale strazio, Ahmed al Shayea ha ripensato alla propria storia, alle sottili suggestioni che lo avevano convinto a seminare strage in nome della guerra santa, al dolore inferto ai propri genitori, sicuri ormai di averlo perduto per sempre. Tra quei dubbi e quelle domande è passato da Abu Ghraib al carcere saudita di Al Hair, a Riad.
Per lui la redenzione è cominciata con le due domande rivolte all’imam moderato che era andato a trovarlo in cella. «È giusto credere nella guerra santa come all’essenza stessa della religione e, se si tratta di una causa giusta, perché ci viene chiesto di tacerne con il governo e con la famiglia».
Da quei due quesiti ha inizio il cammino che porta Ahmed dalla cella al centro di riabilitazione, dalle quotidiane discussioni con religiosi e psicologi al totale abbandono della fede integralista. «Oggi ho capito di aver sbagliato tutto», racconta l’Ahmed senza più volto. Quando lui e gli altri redenti raggiungono quella tappa, il principe Bin Nayef è pronto a offrire loro il pieno ritorno in società.
Meno di sei anni fa il 33enne Abu Suleiman, oggi brillante analista di una finanziaria di Riad, era al fianco di Osama bin Laden nella trappola per topi di Tora Bora. Quando il grande capo ordinò il «si salvi chi può», Abu Suleiman finì nelle mani degli americani guadagnandosi un soggiorno di quattro anni a Guantanamo e un anno di detenzione nelle carceri saudite. Dopo quei primi dodici mesi, gli venne chiesto di mettere a confronto la sua esperienza di giramondo del jihad, transitato dalla giungla delle Filippine ai campi di addestramento afghani, con quella di altri pentiti del centro di riabilitazione.
Dopo un anno di terapia intensiva, anche Abu Suleiman cominciò a sentirsi in colpa per aver distrutto la propria vita e quella di tanti altri amici e nemici. Allora i responsabili del centro gli trovarono una moglie, un lavoro e un’auto su cui viaggiare verso la sua nuova vita. Assieme all’analista finanziario - oggi pronto a maledire il nome del capo che lo trascinò nell’inferno di Tora Bora e lo abbandonò al suo destino - sono tornati in libertà almeno altri settecento jihadisti anonimi. Settecento pecorelle rinsavite con cui il principe Mohammed bin Nayef spera di guarire il male oscuro della sacra nazione wahabita.