«Riaprite le indagini sulla morte di Pier Paolo»

«Dillo pure, ’a bbbello... so’ sordo come ’na campana». Al giornalista del Corriere della Sera che andò a intervistarlo quella mattina del 7 maggio 2005, dopo le «rivelazioni» televisive di Pino Pelosi, Citti apparve smagrito e sofferente, sulla sedia a rotelle. Pur malato, volle a ogni costo raccontare la «sua» verità sulla morte di Pasolini. «Quella notte (la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975, ndr) Pelosi era insieme ad altre quattro persone e quelle persone erano lì per uccidere Pier Paolo. Non fu una lite. Qualcuno aveva deciso che Pasolini dovesse morire» accusò il regista, mostrandosi disposto a un contraddittorio con l’assassino del poeta, «Perché si ostina a non raccontare tutto». Secondo Citti, Pelosi, detto «la rana», fu sostanzialmente un’esca per adescare Pasolini con la scusa di restituirgli i negativi rubati di Salò o le 120 giornate di Sodoma (tra l’altro scritto dallo stesso Citti insieme ad Avati). In quell’occasione, il regista fece pure il nome di «un certo Sergio P.», il quale l'avrebbe avvicinato nel 1975 dichiarandosi in possesso della pellicola. «Al tuo amico - raccontò Citti - devi dire che se rivuole le pizze deve sganciare due miliardi di lire». Il regista rivendicò fino alla fine di conoscere la dinamica dei fatti. «Eppure non sono mai stato chiamato a testimoniare» si lamentò. Per la cronaca, Citti venne poi ascoltato dai magistrati, ma, in assenza di prove, il 13 settembre scorso è stata predisposta una nuova richiesta di archiviazione