Riascoltate Cobain il ribelle per forza che voleva scrivere canzoni d’amore

Vent'anni dopo il ritorno di <em>Nevermind</em>. Kurt icona del disagio giovanile anni Novanta? Le prime versioni dei suoi classici raccontano anche un’altra storia (inedita)

Vent’anni. Già. E preparatevi: per festeggiare il compleanno di uno dei dischi più importanti del rock, Nevermind dei Nirvana, tra un mese uscirà un cofanetto da benestanti (due cd, il Nevermind Deluxe) e uno da ricchi (Nevermind Super Deluxe, 4 cd e un dvd) con le canzoni originali rimasterizzate e un goloso supermercato di rarità, inediti, versioni alternative e persino un concerto, quello dell’ottobre 1991 al Paramount Theatre di Seattle, l’unico della band filmato per intero. In più, le prime quarantamila copie avranno pure un libretto di novanta pagine con foto mai viste. Una goduria per i tifosi. E pure per la stampa, che per l’occasione manderà a memoria il solito peana sul Kurt Cobain cantore consapevole della generazione grunge, distruttivo e autodistruttivo iscritto al Club dei 27 oltre che coraggioso pioniere dello zeitgeist clintoniano.
Ennò.
Forse il modo migliore per celebrare uno dei personaggi simbolo del rock, quello che sbriciolò il mondo alla Guns N’Roses e lo lasciò annichilito in preda all’epidemia rap, è setacciare i luoghi comuni e vederlo com’era sul serio, un compositore di canzoni motivato da ciò che Bukowski (morto come lui nel 1994), riassumeva in un verso: «Eterna risorge sempre la speranza come un fungo velenoso». L’amore. E il sogno malsano di riaverlo. Kurt Cobain ha scritto tanti brani seguendo la ribelle ispirazione rock, Territorial pissings ad esempio. Ma i brani che lo glorificano sono il frutto macerato di delusioni d’amore, di speranze sgangherate, di smacchi sentimentali. Altro che consapevole paladino di una nuova era. Molto più poeticamente, Kurt Cobain era mosso dall’amore. Come tutti i grandi. All’apologia prosaica cui sono sottoposti i veri miti fa comodo far finta di niente. Ma il brano simbolo Smells like teen spirit, che debuttò in radio il 27 agosto 1991 e di cui il 17 agosto si era iniziato a girare il video a Culver City, quello che inizia con il frainteso inno alla rivolta «Carica i fucili, porta i tuoi amici», non sarebbe altro che il risultato, toccato e ritoccato fino all’ultimo, di sensazioni legate al suo rapporto con Tobi Vail delle Bikini Kill, le ragazze sconclusionate che contribuirono a lanciare le riot grrrls, aggiornamento senza capo né coda del femminismo anni Settanta. Lo conferma non solo la biografia Più pesante del cielo di Charles Cross (Arcana) ma pure uno dei versi originali che poi non finì nel testo definitivo: «Chi saranno il re e la regina dei giovani ribelli». Kurt e Tobi, ovvio, che tra l’altro usava un deodorante (pessimo, dicono) chiamato proprio Teen Spirit. Un paio d’anni prima la regina di Kurt era la corvina e brutta Tracy Marander, con cui a Olympia (altro che Seattle) divideva un mini loft da 137 dollari al mese e per la quale scrisse About a girl, pezzo decisivo del disco Bleach. Anche Lithium, splendida, è il canto di chi cerca la fede come medicina per curare il dolore di aver visto morire la fidanzata. Canzoni d’amore, almeno in origine. Lamenti. Ma di un cuore innamorato e respinto. In fondo lui stesso, Kurt Cobain, nel pieno del suo marasma, disse che «Come as you are è una canzone d’amore vecchio stile». Sotto sotto, lo sono tanti brani dei Nirvana. Ma che cos’è il talento? Rendere nuovo il vecchio senza che nessuno se ne accorga. E così hanno fatto loro che, come qualcuno ha detto, non sapevano decidersi se essere punk oppure Rem e alla fine sono diventati un’icona che ha diviso la musica in un prima e un dopo. Capita a pochi, dopotutto. E così adesso che Spencer Elden, il bebé di quattro mesi che ha fatto di Nevermind una delle copertine più belle di sempre, ha pure lui vent’anni, forse il modo migliore di celebrare un’icona è farlo sul serio. Ad esempio ricordando che a Kurt Cobain piacevano gruppi che fanno rabbrividire i critici come i Supertramp o i Cheap Trick o i Boston di More than a feeling, da cui peraltro ha mutuato parte del riff di chitarra di Smells. Che dal vivo i Nirvana suonavano cover poco grungely correct, poco in linea con il grunge come una splendida Do you love me nella versione dei primi Kiss (a proposito, perché non pubblicarla?) e una versione elettrica di The man who sold the world di Bowie. E che alla fine l’idolo che dal 1988 sfasciava chitarre sul palco come un nuovo Pete Townshend (la prima fu una modesta Univox Hi Flier) in realtà aveva come traguardo «la canzone pop definitiva», quella che dà voce al cuore e che aiuta a guardarsi dentro senza far uscir fuori troppi significati. Poi quelli, di solito, ce li aggiungono gli altri e come va, va.