Ribaltone di Bush in Irak: via i vertici militari

Il presidente sostituisce i generali Abizaid e Casey e prepara l’invio di altri 20-40mila uomini di rinforzo. Khalilzad primo ambasciatore musulmano Usa all’Onu

da Washington

Appena insediati al potere in Congresso, i democratici hanno preannunciato un blitz contro Bush: «Cento ore» che dovrebbero invertire la rotta dell’America. Ma Bush li ha preceduti con un rimpasto lampo, lampo e in profondità, tutto centrato sull’Irak. La nuova legislatura, così, è cominciata all’insegna dell’instant decision, versione accelerata dei cento giorni con cui Franklin Delano Roosevelt annunciò mutamenti davvero radicali; nella terminologia dell’opposizione potrebbe esservi però anche un rimando malizioso ai cento giorni in cui George Bush padre concluse vittoriosamente la sua campagna in Mesopotamia, mentre il figlio ci si è impaniato ormai per quattro anni. Gesti e parole delle due parti preannunciano o prefigurano uno scontro frontale, cancellando l’impressione che della inaugurazione della legislatura hanno dato le immagini del nuovo presidente della Camera Nancy Pelosi circondata da bambini festanti: i suoi sei nipotini più tanti loro amici. Mentre quelli sorridevano e quasi danzavano, dalla Casa Bianca venivano, scandite in brevi ore, le novità operative. Il «falco» Negroponte lascia i servizi di spionaggio per diventare il numero due di Condoleezza Rice al Dipartimento di Stato. Alla guida della Cia e delle agenzie annesse gli succede un militare, il contrammiraglio Mike McConnell. Zalmay Khalilzad, un musulmano sunnita, subentra a John Bolton come ambasciatore Usa all’Onu. Nella sede diplomatica di Bagdad gli succede Ryan Crocker, attuale ambasciatore nel Pakistan. E la girandola continua, anzi prende velocità, quando si passa ai comandi militari. Se ne va il generale John Abizaid, capo del Comando centrale per il Medio Oriente, finora sovrintendente alle guerre in Irak e in Afghanistan e al suo posto arriva - una sorpresa in più - un ammiraglio, William Fallon, che lascia il comando dell’area del Pacifico. Torna a casa anche il comandante delle truppe di terra in Irak, generale George Casey, lasciando la poltrona al collega David Petraeus. «Lascia» anche l’«avvocato numero uno» di Bush, Harriet Miers, che ha presieduto il team legale della Casa Bianca e che il presidente ha tentato invano di promuovere giudice della Corte suprema. Lascia la poltrona, infine, non di propria iniziativa, Linton Brooks, capo della agenzia nucleare, incaricato fra l’altro di tenere sott’occhio l’enorme arsenale di armi atomiche dell’America, travolto da una serie di «fughe» di informazioni estremamente riservate in campo nucleare. (Per completare il «terremoto» una scossa postuma: la rivelazione che il defunto presidente della Corte suprema William Rehnquist, soffrì per anni di paranoia mentre sedeva già nel massimo organo giudiziario degli Stati Uniti).
Se si aggiunge l’entrata in funzione di presidenti democratici di tutte le commissioni al Senato e alla Camera si ha un quadro completo delle novità che l’America ha sfornato in poco più di ventiquattro ore. E si pone però immediatamente l’interrogativo sulle conseguenze: se tutto ciò prelude a un cambiamento di rotta. Le prime indicazioni sono negative: Bush non mostra alcuna intenzione di fare marcia indietro e soprattutto di mollare l’impresa irachena che pure gli è costata tanta impopolarità e al suo partito la perdita della maggioranza in Parlamento. Niente sta a indicare che egli abbia accolto il senso dei suggerimenti del «gruppo di studio» bipartitico sull’Irak presieduto dall’ex segretario di Stato repubblicano James Baker. Di certo l’apertura della nuova legislatura non coinciderà con l’inizio del ritiro delle truppe Usa da Bagdad e dintorni. Avverrà, anzi, il contrario: non è ancora ufficiale ma è dato ormai per scontato che siano in partenza dei rinforzi, una cifra ancora imprecisata che va da un minimo di 20mila a un massimo di 40mila uomini. Non è un caso che i generali che hanno giubilato fossero più o meno apertamente contrari a questa soluzione. Pare che il presidente abbia chiesto e ascoltato i consigli dei suoi fedelissimi, dal «vice» Dick Cheney ai superstiti fra i consiglieri «neoconservatori» che hanno dominato il pensiero politico bushiano nei sei anni trascorsi e che parevano appannati dagli insuccessi militari e dal risultato delle elezioni di novembre. Non è chiaro, invece, come saranno impiegati questi soldati in più: se nell’accelerare la preparazione del nuovo esercito iracheno (e il generale Petraeus è uno specialista in questo campo) oppure per sferrare in proprio un’offensiva a breve termine con un obiettivo ben definito, che potrebbe essere sia le roccheforti della guerriglia sunnita nell’Irak occidentale sia le milizie estremiste sciite fedeli a Moqtada Al Sadr.