IL RIBALTONE DELLA REALTÀ

«A parte le bombe, tutto è lecito contro Berlusconi». Pensiero debole, maniere forti: Gianni Vattimo si dice pronto a dare l’assalto a Palazzo Chigi «armi in pugno». Proprio così: «Armi in pugno». Il filosofo esclude solo l’uso delle bombe. Chissà perché. Forse fanno troppo rumore per le sue orecchie delicate. O forse non ci stanno dentro il borsello Gucci e nemmeno dentro il trolley Louis Vuitton. La molotov non è più chic, insomma. Meglio una Magnum 44, la Colt di Tex Willer, una carabina, che ne so? Magari anche una lupara, un fucile a canne mozze o un archibugio, che forse con un po’ di polvere d’antiquariato piacerebbe anche a Umberto Eco. Già, me li vedo i due maestri del pensiero sulle barricate, insieme, a indottrinare le masse sulla semiologia del revolver e sull’ermeneutica della baionetta. Più che una coppia, una doppietta.
Bum bum, è partita la caccia. «A parte le bombe», naturalmente. È questo lo spirito con cui l’8 luglio scende in piazza l’opposizione a Berlusconi. Di Pietro ha voluto ribattezzare l’appuntamento «No Cav Day». Ha dichiarato che non è «contro una persona». Ma chiamare una manifestazione «No Cav Day» e dichiarare che non è contro una persona è un po’ come dire che Travaglio e Paperoga dicono cose importanti: non ci crede nessuno. Dietro il «No Cav Day», in realtà, c’è Vattimo, cioè lo spirito dell’archibugio. Del resto, come spiega il filosofo, «mica sono un nonviolento assoluto». A essere nonviolenti, si corre il rischio di essere «sterminati». Addirittura? Addirittura. Sterminati. E dunque, se Berlusconi è uno sterminatore, bisogna sterminarlo. Logico, no? Cosa vuol dire essere filosofi: uno studia tutta la vita Heidegger e Schopenhauer, e poi in tarda età gli sgorgano questi pensieri elevati. Non ha nemmeno bisogno di copiarli, come un Galimberti qualsiasi.
Ma la cosa che fa più effetto è che mentre Vattimo esprimeva questo pacifico concetto e Di Pietro presentava il suo «No Cav Day», il loro alleato Veltroni andava in giro a proclamare (fra un fischio e l’altro) che se viene ritirato il «salva processi» il dialogo può ripartire. Ma può ripartire dove? Come? Walter deve essersi perso dentro il buco di Roma: non sa più quel che dice. Un giorno annuncia di voler raccogliere 5 milioni di firme contro Berlusconi, il giorno dopo dice che si può dialogare. Un giorno tende la mano, l’altro invoca la piazza (ma a ottobre, perché adesso fa caldo, e poi il palcoscenico è già occupato da Di Pietro e da Vattimo armi in pugno).
E quello che colpisce ancora una volta è il tentativo di ribaltare completamente la realtà. È una tecnica consolidata, che alla fine rischia di risultare quasi convincente. Il dialogo salta per colpa dell’incapacità di Veltroni di controllare la sinistra dipietrista? Si dice che è colpa del «salva processi». I magistrati attaccano Berlusconi appena si insedia a Palazzo Chigi? Si dice che Berlusconi attacca i magistrati. I giustizialisti sono ossessionati dal Cavaliere fino al punto di organizzare un «No Cav Day»? Si dice che il Cavaliere è ossessionato dalla giustizia e dai giustizialisti.
È la rovesciata continua, parodia politica del gesto sportivo infingardo e perfetto, meriterebbe di stare sull’album delle figurine accanto a quella di Carletto Parola. Un gesto che tenta di nascondere la verità, che pure sta lì, evidente, sotto gli occhi di tutti. La verità è che la sinistra senza l’antiberlusconismo non esiste. Sparisce. Evapora. Non sa cosa dire, né cosa fare. Veltroni ha fallito il suo tentativo di superare la sinistra fondata sui no. Ora ondeggia, nel suo mesto naufragare, fra una dichiarazione più o meno feroce, a seconda dell’ora del giorno. Ma di fatto è succube di Di Pietro, con cui ha sciaguratamente accettato, per debolezza o per paura, di stipulare l’alleanza elettorale.
Ondeggia e galleggia, il povero Walter, in attesa che qualcuno del suo Pd decida finalmente di affondarlo. Aspettano solo il momento giusto. E intanto, così, lasciano campo libero ai girotondi, a Vattimo, Flores d’Arcais, Pancho Pardi, all’ala Furiosa di Colombo. A Barbara Spinelli che aderisce alla manifestazione dell’8 luglio dicendo che bisogna lottare contro il «regime in cui viviamo». Lo sanno benissimo che non è vero, ma anche questo è l’ennesimo disperato tentativo di ribaltare la realtà: raccontano di un regime che non esiste, per nascondere il vuoto che c’è dentro di loro. L’ultima rovesciata è dare la colpa a Berlusconi del loro fallimento epocale, mentre invece la presenza di Berlusconi è l’unica cosa che li tiene in vita, che dà un senso a una sinistra altrimenti distrutta dalla storia e senza un’idea per ricostruirsi. Una sinistra che se guarda al passato vede macerie, se guarda al futuro non vede nulla, se guarda il presente si accorge di esistere solo in quanto negazione («No Cav Day»). Una sinistra che costringe il Pd a dividersi in 17 correnti per non avere una proposta concreta. Una sinistra che passa, con filosofica disinvoltura, dall’invito a sperare all’invito a sparare. A parte le bombe, però.
Mario Giordano