Il ribelle Idv fa ballare il bunga bunga a Tonino

INGROIA Il pm rivendica il diritto di parlare a incontri politici. E dice: «Querelo il Giornale»

nostro inviato a Bologna

Sono le 20, manca mezzora all’inizio del «bunga bunga» dipietresco, il PalaDozza è già stipato di 5000 persone e altre duemila premono ai cancelli. È allora che Tonino dà il meglio di sé: ritorna questurino. «Fate passare, aprite i cancelli, ci vuole il cordone, fateli entrare se no quelli ci massacrano», urla al servizio d’ordine. Tutti dentro, allora, in piedi o per terra, in barba alla sicurezza e all’ordine pubblico. Legalità a senso unico per Di Pietro. Nei giorni s’orsi la regione Emilia Romagna aveva protestato perché l’Italia dei valori aveva usato il logo in modo ingannevole: l’ex pm ha semplicemente alzato le spalle.
L’applausometro del palazzetto bolognese però non premia Tonino. L’ovazione maggiore va a Marco Travaglio, la vera star della serata assieme al vignettista Vauro: più del cantautore Andrea Mingardi con la maglia rossoblù del Bologna, e più di Antonio Cornacchione che replica il repertorio già sfruttato da Fazio e Saviano. Sul palco (e in diretta su una trentina di tv) va in scena una specie di talk show. Tutti seduti a discutere di quello che per Di Pietro è il «mercato delle vacche» in vista del voto di «fiduciopoli».
È il giorno dell’inchiesta di Roma su denuncia di Di Pietro. Così, la serata contro il «dittatore del bunga bunga» si trasforma in un processo interno contro i «giuda», gli eletti con l’Idv che potrebbero cambiare casacca. «Scilipoti, ma dove l’avete trovato? - ironizza Travaglio -. Non riesco nemmeno a pronunciarlo, si scrive in cuneiforme?». «A Scilipoti la politica dell’Idv è andata bene per 15 anni. Ma che c’azzecca votare la fiducia in odio a me? È come se in odio alla moglie che tradisce ... zac». Travaglio auspica il reato di «compravendita di parlamentari» così che «vada in galera chi invece sta a Palazzo Chigi».
Incapace di controllare quelli che ha fatto eleggere, Di Pietro sbraita di emergenza democratica. «Il capo dello stato prenda atto che il Parlamento non è più in grado di decidere secondo libertà e coscienza, perché le persone che fanno la differenza o si fanno minacciare o si fanno comprare oppure si adattano come Ponzio Pilato a stare a guardare. Prima queste Camere vengono sciolte, meglio è. So bene che il voto dei parlamentari non ha vincolo di mandato; ma se è comprato, è sottoposizione al dittatore di turno. Se si va avanti così, si rischia il venir meno delle condizioni democratiche. Martedì si commetterà un omicidio politico», dice Di Pietro. Travaglio lo prende alla lettera e rivela il titolo del suo giornale, il Fatto, di stamattina: «Arrestateli». PalaDozza in visibilio.
Ma sull’entusiasmo fa calare il gelo l’ex magistrato Bruno Tinti, che stronca la linea giustizialista. «Il reato è corruzione - assicura - tuttavia non ci sono le prove. Ci vorrebbero le intercettazioni. Nessun giudice condannerà mai un parlamentare per aver ricevuto qualche beneficio dopo aver cambiato bandiera». Le prove dunque non ci sono. Altre critiche all’Idv vengono da Vauro, che si scaglia contro la casta dei politici, le candidature decise dall’alto e la scarsa attenzione verso precari e disoccupati.
E il magistrato Antonio Ingroia? In coda, dopo le 22,30, come Dario Fo. Interventi registrati: per il magistrato palermitano sarebbe stato «inopportuno» partecipare di persona a una manifestazione dal titolo «evocativo ma molto forte». Tuttavia Ingroia si è scagliato contro il Giornale che quello stesso titolo ha messo in prima pagina quando ha denunciato «il bunga bunga del pm che indaga sul Cavaliere». «Polemiche pretestuose e strumentali - ha tuonato il giudice antimafia che ha usato metà dell’intervista per attaccare il Giornale -. Credo che ogni magistrato abbia il diritto e il dovere di esprimere opinioni su temi connessi alla propria professione, nel mio caso la mafia e la giustizia. Rivendico il diritto di farlo anche in manifestazioni di partito perché ciò non significa adesione: ho parlato in tante occasioni tranne che dal Pdl, non mi hanno mai invitato. Ho passato ai miei legali il titolo del Giornale per l’ennesima querela. Anche Borsellino partecipava a manifestazioni di partiti, dal Pci al Msi dell’epoca, e non mi pare che nessun giornale lo attaccasse per questo. È un segno dei tempi».