Il ribelle Kodra nella «fortezza» di Brera

Per un certo periodo visse in via Solferino, nell’ex studio di Tranquillo Cremona

Elena Pontiggia

Era un albanese di Milano, Ibrahim Kodra, scomparso ieri nella sua abitazione di piazzale Lagosta, a quasi ottantotto anni. Era nato a Ishmi, un piccolo, ma antico villaggio dell'Albania (vi si trovavano ancora rovine greche, tra le quali l'artista diceva di aver giocato fin da bambino) nel 1918. A vent'anni però aveva vinto una borsa di studio, assegnatagli dalla regina d'Albania e dal governo italiano, ed era venuto a Milano. Da allora non aveva più abbandonato l'Italia, anche se, soprattutto negli anni Cinquanta, Parigi l'avrebbe accolto facilmente. Suo estimatore, in particolare, era il poeta Paul Eluard, che lo aveva definito «il primitivo di una nuova civiltà».
Kodra aveva studiato a Brera. Allora era diventato amico soprattutto di Cassinari e lo seguiva sempre con la sua inseparabile chitarra. «Kodra il citaredo» l'aveva soprannominato Cassinari. Ricorda Gianna Montesi, un'altra allieva di quegli anni: «Kodra il citaredo ci accompagnava con i suoi accordi e si cantava la canzone del ribelle, Katiusha, in lingua originale: "Nema cliba nema kukurusha", niente grano niente mais. Il canto ci esaltava e si faceva tardi, ma noi, noncuranti del coprifuoco si attraversava la città buia e deserta continuando a cantare sommessamente tenendoci stretti».
Erano anni terribili, di guerra e di guerra civile, quando Kodra apre il suo primo studio a Milano, nel 1944. Per un certo periodo abita in via Solferino 11, dove un tempo aveva dipinto Tranquillo Cremona, e dove avevano avuto lo studio Birolli, Fontana, Lilloni e molti altri artisti. Erano i tempi, comunque, in cui Brera assomigliava ancora a una sorta di grande atelier: una larga parte dei suoi iscritti, che non arrivavano a duecento, non erano studenti generici, ma futuri artisti, o almeno persone dotate di talento espressivo e creativo. Tra i compagni di studi di Kodra c'erano Chighine e Sangregorio, Francese e Dobrzansky, Dova e Ajmone, Crippa e Peverelli, Cremonini e Baj, i fotografi Ugo Mulas e Alfa Castaldi, il regista Damiano Damiani, Dario Fo e il futuro creatore della scuola di Barbiana, don Lorenzo Milani.
Ricorda Cavaliere, un altro suo compagno: «L'Accademia di Brera è stata, negli anni nei quali l'ho frequentata, un grande studio collettivo. Durante gli ultimi anni di guerra, quando più accaniti e continui divennero i rastrellamenti repressivi, Brera era un miraggio, un'oasi, un sia pur fragile rifugio, presidiato dal colonnello della milizia fascista Achille Funi che difendeva la "sua" accademia come una fortificata cittadella ideale di un’arte "classica"».
Anche finito il periodo braidense, Kodra era stato una figura vivace della scena culturale e artistica milanese. Aveva fatto parte del gruppo Linea (1947), aveva esposto regolarmente alla galleria Bergamini, aveva stretto amicizia con Testori, suo grande estimatore, e con tanti altri intellettuali e artisti cittadini. Aveva «tradito» Milano solo per il Sud, che amava molto: Capri, Amalfi, Positano (di cui era stato nominato cittadino onorario). E a Milano si svolgeranno i suoi funerali, prima che l'artista sia tumulato in Albania, dove, dieci anni fa, il presidente Sali Berisha gli aveva assegnato il premio «Onor della patria».