Il ribelle della musica non smette di arrabbiarsi: «I politici? Ignoranti»

È uno dei grandi compositori dell'Avanguardia del Novecento: "Una volta le sale dei concerti erano piene, ora solo gli stadi"

Sulla musica, per dire che cosa pensa, gli capita di ricorrere ai paradossi. «A volte mi vien da paragonarla a certa sinistra, se non è deceduta mi sembra un po' in coma». Quando parla dei destini culturali del Belpaese, visti i continui tagli ai fondi pubblici, non le manda a dire: «Vogliono distruggere la musica d'arte del nostro tempo. I programmatori ormai si devono arrabattare con i pochi soldi che gli danno». E ancora, sul rapporto della classe politica con il mondo delle note: «Ho visto i governanti italiani di ieri e di oggi spesso molto disinformati».

Giacomo Manzoni, 84 anni, compositore e intellettuale che ha fatto storia, è uno degli ultimi personaggi rimasti dell'Avanguardia del Novecento insieme ad Azio Corghi, Paolo Castaldi e Sylvano Bussotti - non fa sconti a nessuno. «Un osso duro», si diceva. Ma l'incontro nella sua casa di Milano tra computer, spartiti indecifrabili e una mastodontica libreria, in realtà rivela un personaggio curioso, affabile e distinto. Che con generosità apre subito il libro dei ricordi: «Io e Claudio Abbado eravamo compagni al Conservatorio, lui ovviamente studiava direzione d'orchestra. Anni dopo ci siamo rivisti per lavorare insieme. Ho insistito affinché la direzione di Atomtod venisse affidata a lui, un emergente di talento sensibile alla contemporanea».

Altre pagine sugli incontri giovanili con Riccardo Muti, l'amicizia con gli scrittori Giovanni Raboni, Edoardo Sanguineti, Emilio Jona, Giuliano Scabia, il rapporto umano e artistico col grande Bruno Maderna, la fratellanza musicale e politica col musicologo Luigi Pestalozza, la vicinanza col pianista Maurizio Pollini e il collega Luigi Nono. «Un rapporto, quest'ultimo, durato a lungo - confida -. Quando veniva a Milano spesso lo ospitavo a casa mia». Non solo note, ma anche parole scritte.

Con un passato di critico per L'Unità e di saggista, da qualche tempo è di nuovo sotto i riflettori per i suoi lavori e per l'uscita di un poderoso volume a lui dedicato della Fondazione Mudima: Giacomo Manzoni-Pensare attraverso il suono, a cura di Daniele Lombardi. Dai capitoli si evince una vita a dir poco enciclopedica. In fondo c'è Giacomo Manzoni con... una preziosa galleria fotografica: eccolo ritratto con il regista Bob Wilson, il direttore Riccardo Chailly e l'ex presidente Giorgio Napolitano e tanti altri. Le sue scelte a un certo punto lo portano anche a Darmstadt, in Germania, dove entra in contatto coi «rivoluzionari della musica» di quel periodo, correva l'anno 1956. «Ho conosciuto Pierre Boulez e Karlheinz Stockhausen, ai loro corsi partecipavo come uditore. Non siamo diventati amici ma negli anni li ho rivisti». Con Stockhausen nacque anche una corrispondenza. Con Boulez ci furono più occasioni, una di queste è rimasta nei ricordi: «L'ho ritrovato a Parigi, mi colpì il fatto che a 86 anni volle esser presente a un mio incontro col pubblico con successivo concerto».

Il racconto degli anni della formazione gli strappa più di un sorriso, perché come lui stesso ammette, ne ha «combinate parecchie»: da quando appena ventenne raccoglieva in Conservatorio «le firme a favore dei coniugi Rosenberg (negli anni della guerra fredda condannati alla pena capitale come spie dell'Urss, ndr), che mi valse una sospensione», alle dure battaglie per affermare e difendere «il nuovo che avanzava in musica».

Già, proprio così: autore al principio attratto da Arnold Schoenberg, padre della dodecafonia, negli anni ha cambiato il modo di scrivere. Senza mai rinunciare a credere nell'importanza della ricerca, dell'impegno e della militanza civile nelle arti e non solo. «D'altra parte se tu vivi nella tua epoca sei quasi obbligato a interpretare e trasmettere quello che vedi e senti». E oggi, a suo dire, la situazione non è incoraggiante: «Ci mancherebbe che venisse meno l'aspetto dell'intrattenimento; però, riguardo agli spazi da dare alla musica che impegna e pone questioni, non vedo miglioramenti. C'è carenza di interesse da parte di chi gestisce, dagli organizzatori delle stagioni musicali ai politici». Lontani i tempi di rassegne milanesi, come quelle dei Pomeriggi Musicali al Teatro Nuovo nel dopoguerra, animati da personaggi come Ferdinando Ballo e il produttore Remigio Paone, o in tempi più recenti Musica nel nostro tempo. C'erano pur sempre attacchi alla nuova musica ma le sale erano piene: «È la dimostrazione che se si fanno le cose credendoci, funzionano; e questo in risposta a chi sostiene che certa produzione è inascoltabile». Oggi è tutto diverso e qualche responsabilità chi è nella stanza dei bottoni ce l'ha. «Politici e intellettuali nel nostro Paese hanno sempre guardato dall'alto in basso la contemporanea - spiega -. È un retaggio ottocentesco. Da noi nell'800 le musiche sinfoniche e da camera quasi non esistevano. Si impose il melodramma che la cultura italiana, sbagliando, considerò un prodotto di bassa lega. Invece c'erano Verdi, Puccini, Rossini, Bellini e Donizetti, dei grandi che resero grande l'Italia». Alla fine, l'idea di considerare l'arte dei suoni una cosa meno importante di altre, forse è rimasta.

Ma come rimediare ai guasti del passato? Manzoni crede che si dovrebbe ripensare al modo di compilare i programmi dei concerti, guardando indietro, anche a come si faceva informazione e critica musicale. «L'idea interessante che per certe rassegne si aveva una volta - spiega - era di accoppiare musiche più avanzate con composizioni meno note del passato ma ugualmente innovative. Penso, ad esempio, alle Suites e Sonate per violino di Bach, a certi lavori scritti da Liszt e poco eseguiti, oppure ai mottetti di Monteverdi, da mettere insieme a pezzi nuovi, di oggi». Accanto a questo ci vorrebbe maggiore coraggio da parte dei direttori artistici, non di rado preoccupati dalle questioni immediate di cassa. E l'informazione critica poi, che dire, ha avuto «una mutazione» genetica. «Una volta - conclude - qualsiasi evento musicale veniva seguito con articoli anche di peso. Ogni giorno andavo a sentire un concerto e poi lo recensivo. Andavo e scrivevo, documentavo. Era un grande servizio per il pubblico, ma anche una testimonianza di cultura. Non tutto comunque è da criticare di quel che si fa oggi: e la diffusione dell'informazione digitale potrebbe far guardare al futuro, anche per la musica, con qualche speranza».

Commenti
Ritratto di unononacaso

unononacaso

Mer, 19/07/2017 - 13:04

Esempio: ascolto un concerto su Youtube, cerco l'artista (eh si, ho un debole per una violinista e un'altro paio) su Spotify e poi cerco i grandi maestri del passato. E questo quando ho poco tempo, intendiamoci. Vado a vedere l'opera. Quale? Hmm... ah si, mettiamo l'Aida. Spendo una cifra non irrisoria. Il libretto è a pagamento. Non parliamo se voglio informarmi su chi è chi e chi fa cosa: buio assoluto "Ma come, non lo sai? Ignorante!" Al che, in genere, rispondo "Non ignoro un bel niente. Casomai siete voi che ignorate tutto tranne i miei soldi!" Capito, professori?