Il ribelle Renzi spacca il Pd: "Rottamare i leader"

L’anatema del sindaco di Firenze sui dirigenti fa esplodere il partito. E
i sorrisi tra Bersani e gli altri big democratici nascondono i soliti
veleni. <strong><a href="/interni/s/30-08-2010/articolo-id=469951-page=0-comments=1">Dal decano Pisanu alla Bonino</a></strong>: quanti stagionati in parlamento. Neanche le nuove leve sono di primo pelo

Roma - Neanche il tempo di ricucire con Walter, smentendo la manesca presidente del partito, Rosy Bindi, che voleva squalificare l’ex leader («Con lui abbiamo perso, non può partecipare alle primarie») e già, sulla testa del segretario del Pd, l’anatema di Matteo Renzi.

Il giovane sindaco di Firenze ci va giù duro: «Per i dirigenti del Pd è l’ora della rottamazione», annuncia, «bisogna liberarsi di una intera generazione, non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani: basta». Le critiche, però, si appuntano innanzitutto sul segretario, e sulla sua proposta di alleanze anti-Berlusconi: «Ma li vedete? - incalza Renzi - Berlusconi ha fallito e noi stiamo a giocare ancora con le formule, le alchimie delle alleanze: un cerchio, due cerchi, nuovo Ulivo, vecchio Ulivo. Ma si rendono conto di aver perso contatto con la realtà?». Un’apertura di credito Renzi la fa, indicando tre possibili nuovi leader: Chiamparino, Zingaretti e Vendola. «Tre nomi che, con caratteristiche diverse, sono in grado di dire e dare qualcosa di nuovo al Pd». Lui si mette da parte, dice che gli piace fare quel che fa e che «la questione della leadership non riguarda me». Ma si capisce che Renzi vuol farsi portavoce di una filiera di «giovani» e di «outsider» (come si è definito Chiamparino) che temono la saldatura di un nuovo patto della «vecchia» nomenklatura, magari sull’altare di una grande intesa anti-Cavaliere.

D’altronde il movimentismo di Bersani, negli ultimi giorni, alimenta i sospetti in questo senso. Prima l’esternazione sulla «alleanza democratica», fatta non a caso su Repubblica, a sigillo di un ritrovato feeling con il quotidiano di Largo Fochetti, che sente l’odore del sangue e chiama a raccolta le truppe per guidare la battaglia finale contro il premier. Poi le aperture sull’uninominale e la mano tesa a Veltroni, che ringrazia. Nel frattempo, Bersani si è preso la benedizione di Prodi e ha recuperato anche Franceschini, Marini e Fassino, che non gli fanno più l’opposizione e lo indicano come unico candidato premier del Pd (tanto, pensano, il premier lo farà qualcun altro). L’unico rimasto a opporsi è Peppe Fioroni, che si assume l’onore e l’onere di rappresentare i «cattolici» nel Pd e si inalbera contro il corteggiamento sfrenato del partito all’Udc. E avverte che Bersani non può essere il candidato premier della «grande alleanza» da lui stesso proposta: «Se il nostro obiettivo è fare un’alleanza per il governo del paese, dobbiamo cercare un soggetto che ampli i consensi di centrosinistra. Cerchiamolo». Intanto, Arturo Parisi reclama «chiarimenti» dal segretario Pd: «Se vuole tornare all’Ulivo, deve spiegarci prima perché ce ne si era allontanati». E non dà tutti i torti a Renzi: «Dopo troppi anni di servizio è bene che ci si faccia da parte». Contro il sindaco di Firenze interviene invece il vicecapogruppo Pd Michele Ventura: «È irresponsabile riaprire il gioco della delegittimazione interna», tanto più quando è vicino l’obiettivo di «liberare l’Italia da Berlusconi».

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