La ribellione della signora brutta

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo uno stralcio del racconto La moglie di Don Giovanni (Adelphi), di Irène Némirovsky (1938). È stata una donna molto infelice. Per carattere non sapeva accettare le cose come sono, e per orgoglio non cercava di cambiarle. La stessa cosa capitava con i figli: pensava di consolarsi con i suoi bambini di non essere amata dagli Uomini, e sentendo che non era una consolazione sufficiente se la prendeva con quei piccoli innocenti. Non li trovava mai belli abbastanza, mai abbastanza bravi e in buona salute per compensarla di tutto quello che le mancava. Un giorno, Signorina Monique, c’era stata una scenata fra la Signora e il Signore. Poi lui era uscito e lei era rimasta sola nel salottino. Ma ecco che arriva il segretario del Signore, il signor Jean Pécaud. Entra nella stanza. Quel che è successo lì dentro quel giorno, come la Signorina può ben immaginare, nessuno me l’ha raccontato, e io non ho visto niente, ma è comunque un po’ strano che, entrato nel salottino alle tre, il signor Pécaud ne sia uscito alle cinque. Quando se n’è andato, la Signora ha suonato e mi ha dato ordine di mettere a posto la stanza. Sotto i cuscini della bergère ho trovato il fazzoletto della Signora bagnato di lacrime. Stava di sicuro piangendo quando è entrato il signor Pécaud. Quel che lui ha detto o fatto per consolarla non lo saprà mai nessuno, perché lei l’ha portata via la Morte e lui non credo che se ne vanterà, adesso che, a quanto mi hanno detto, è sposato e ricco. Con tutto questo non vorrei che la Signorina pensasse che la sua Mamma era da biasimare. Se si è lasciata incantare dal signor Pécaud è perché si sentiva tanto sola. Ma ha riposto male il suo affetto. Se la Signorina ha visto quel Signore da bambina, si ricorderà certo che era piccolo, smilzo, e che somigliava un po’ a una volpe, con quei capelli rossicci, le orecchie a punta e la faccia magra, rossa e vispa appunto come il muso di una volpe. Il capitale della moglie fruttava al Signore notevoli interessi e il signor Pécaud si occupava di tutto. Se ne occupava sin troppo, come la Signorina vedrà. Ormai, non appena il Signore voltava le spalle, ci ritrovavamo in casa il signor Pécaud. Ma non è durato a lungo. Era la Signora, poi, che era sempre fuori e tornava felice e contenta. Nessuno ha sospettato niente, perché sembrava davvero incredibile che una Signora come lei, sposata con un uomo così affascinante, un vero dongiovanni, gli preferisse un ragazzo insignificante e per niente bello. Le donne si sarebbero fatte tagliare a pezzi pur di passare un’ora con un amante come il Signore e avrebbero accettato qualsiasi villania, dicendogli anche grazie, in cambio di un’ora d’amore, mentre sua moglie... Si ha un bel dire, Signorina, le donne sono davvero strane. Va anche detto che la Signora non era affatto trascurata dal Signore, come hanno sostenuto al processo. Il Signore non ha mai dimenticato i doveri di un uomo verso colei che è sua moglie davanti a Dio. Quel che intendo dire, Signorina, è che il Signore aveva i suoi lati buoni. Ma era troppo bello, troppo interessante in confronto alla Signora. Tutti avevano occhi solo per lui, e di conseguenza niente di quello che faceva poteva restare nascosto. In casa era come un sole e gli altri era come se non esistessero. Ogni suo movimento veniva spifferato in giro, mentre quello che si tramava nell’ombra passava inosservato. Dei testimoni hanno dichiarato che la mattina del 2 novembre lui era nel parco con la Signora Baronessa. Credevano di essere soli, ma non è mancata gente pronta a riferire o inventare quello che si erano sussurrati all’orecchio, le loro parole d’amore e i loro sguardi, mentre di quello che faceva la Signora quella mattina non si è accorto nessuno perché non interessava a nessuno. La mattina del 2 novembre la Signora si è alzata più presto del solito. È andata alla finestra ed è stata lì un bel po’ a guardare fuori, di sicuro per vedere uscire il Signore. Poi si è vestita e mi ha detto: «Io esco, Clémence. Tornerò alle undici. Ho mal di testa». Tutti l’hanno vista andar via e nessuno ha trovato strano che, con quel tempo orribile che le ho detto, la Signora fosse andata tranquillamente a passeggio, mentre tutti avevano sorriso vedendo il Signore camminare avanti e indietro sulla terrazza malgrado la pioggia e affrettarsi di colpo alla vista del cappotto blu della sua Amica che guizzava tra gli alberi. Era sempre così. Il Signore diceva che non avrebbe pranzato a casa, e veniva spontaneo pensare: «Va a spassarsela». La Signora usciva alle due e non rientrava prima delle otto, e sembrava normale che fosse stata tanto tempo dal dentista. In fondo per lei era una fortuna. Dunque la Signora esce. Ma non va troppo lontano. L’avevo seguita più di una volta. Attraversa il parco, entra nel piccolo padiglione vicino alla serra dove i bambini mettevano i loro giocattoli. Se ne ricorda, la Signorina Monique. Non ci andava mai nessuno tranne i bambini, e naturalmente si sapeva che erano ammalati tutti e tre. La vedo entrare là dentro e dieci minuti dopo arriva il signor Pécaud. Sono sgusciata nella serra, da dove si sentiva tutto. Sto dicendo la verità, Signorina, come davanti a Dio. Il signor Pécaud ripeteva sconvolto: «Salvatemi, Nicole, salvatemi!». Non riporterò parola per parola quello che dicevano, perché sono passati dodici anni da quando ho sentito quella povera infelice, vittima della sua passione o del suo orgoglio, e quel malfattore. Mi ricordo il senso del discorso ma non le parole precise. Comunque ho capito perfettamente di cosa si trattava. Il signor Pécaud aveva commesso delle irregolarità nei conti del Signore per procurarsi del denaro: giocava in Borsa. La Signora aveva più volte coperto gli ammanchi. L'ultimo, però, era troppo grosso e lui non aveva osato confessarlo. Il Signore, che se n’era accorto, aveva deciso di licenziarlo e denunciarlo. «Che cosa volete che faccia», ha detto lei alla fine. E lui: «Avete mille prove della sua infedeltà. Offritegli il vostro silenzio in cambio del suo. Dovrà accettare». «E accetterà!» dice lei dopo un attimo di silenzio, e con un tono... Ah! se la giuria, gli avvocati, il presidente e il pubblico avessero potuto sentire quel tono quando parlavano dell’amore che la Signora nutriva per il Signore! Lei lo odiava, Signorina Monique! L’avevo già pensato, ma a quel punto ne ho avuto la certezza. Adesso la Signorina può capire come devono essere andate le cose nell’automobile. Hanno voluto tutti e due giocare d’astuzia, la Signora promettendogli il silenzio se non avesse rovinato il signor Pécaud, e il Signore intuendo che la teneva in pugno e che poteva imporle il divorzio alle sue condizioni. Perciò ha rifiutato, ed essendo per di più un tipo sempre pronto a burlarsi di tutti, al pensiero che la moglie, più vecchia di lui, brutta e disprezzata, avesse una storia del genere non è riuscito a trattenere una risata. Ma non avrebbe riso a lungo. Quella risata deve averla fatta uscire di senno, povera donna! Non posso che compatirla. Credo che a una donna si può fare di tutto: tradirla, picchiarla e abbandonarla, ma se un uomo può perdonare chi lo deride, una donna - mai! Irène Némirovsky (c) 2000 Editions Stock Paris (c) 2006 Adelphi Edizioni Spa