Ricapitalizzazioni Tremonti bond meno onerosi, proposta del Tesoro a Bruxelles

Ancora un passaggio a Bruxelles per i «Tremonti bond», e potrebbe essere davvero l’ultimo. Il Tesoro ha infatti sottoposto alle autorità europee alcuni correttivi, con l’obiettivo di ridurre il costo complessivo della ricapitalizzazione pubblica per le banche italiane. La parola passa dunque alla Commissione, e il Tesoro - il dossier è nelle mani del direttore generale Vittorio Grilli - si augura che le decisioni vengano prese in tempi rapidi. Secondo la Reuters, la risposta potrebbe arrivare già oggi.
Il problema numero uno resta il costo dell’operazione a carico delle banche, concordato fra le autorità italiane e comunitarie. Il Tesoro non entra nell’azionariato delle nostre banche, come invece sta accadendo in molti altri Paesi europei, e dunque Bruxelles valuta l’intervento pubblico come un apporto di capitale che deve essere remunerato, a costi crescenti: 7,5% il primo anno, e uno 0,25% in più per ogni anno successivo, con un limite fissato al 15%. Inoltre, se il rimborso avviene nei primi quattro anni, il Tesoro incassa un «premio» che oscilla fra il 10 e il 20%, che sale al 30% nei successivi tre anni e così via fino a un massimo del 60%. Costi che le banche italiane giudicano troppo onerosi. Ancora ieri, il presidente del Consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, Enrico Salza, ha detto che «a queste condizioni» l’istituto non sottoscrive i bond.
Un onere eccessivo, argomenta il Tesoro, rappresenta una ingiusta penalizzazione per le banche italiane che, al contrario di altre in Europa, non sono fallite. Da una parte, gli aiuti pubblici concessi in molti Paesi europei - fino alla nazionalizzazione in Gran Bretagna - ha impedito che le nostre banche potessero conquistare quote di mercato; in più, verrebbe pagata a caro prezzo una ricapitalizzazione utile, ma non indispensabile. Secondo fonti bancarie, per risultare efficaci i «Tremonti bond» non dovrebbero essere resi prima di due, tre anni.
Il sistema bancario italiano, ribadisce il direttore esecutivo italiano al Fondo monetario, Arrigo Sadun, «è solido e resistente», soprattutto perché si finanzia coi depositi e non attraverso capitali reperiti sul mercato; inoltre è caratterizzato da una gestione molto prudente, «è più tradizionale, quindi più solido», e dispone di una regolamentazione «più severa e prudente».