«Un ricatto dell’Iran? Sarebbe un boomerang»

Mark Heller: «Con questi metodi riusciranno solo a indurire l’Occidente sul nucleare»

«Gli iraniani si sbagliano di grosso se pensano di poter ricattare politicamente l’Occidente dopo l’arresto di 15 marinai britannici». Non ha dubbi Mark Heller, uno dei più stimati strateghi israeliani, direttore del Research Institute for National Security Studies. Ieri era a Milano per partecipare al colloquio con i palestinesi organizzato dal Centro italiano per la pace in Medio Oriente. Heller ha concesso questa intervista al Giornale.
Il blitz iraniano è avvenuto 24 ore prima della riunione Onu. Il tempismo non è sospetto?
«Non è la prima volta che accade e non è detto che si sia trattato di un trappola. Nel 2004 un episodio analogo si concluse con un’operazione propagandistica: i soldati furono costretti a chiedere scusa in diretta tv e poi vennero rilasciati. Mi auguro che lo stesso accada ora».
Ma i rapporti tra Iran e Occidente sono molto più tesi oggi rispetto a tre anni fa...
«Indubbiamente. Gli attuali leader iraniani, a cominciare da Ahmadinejad e incluso Rafsanjani, vivono isolati da molto tempo: non conoscono l’Occidente e temo che possano sottovalutarlo. Se pensano di poter barattare la sorte dei 15 marinai con un ammorbidimento della posizione di Londra e Washington sul nucleare e sull’Irak si accorgeranno presto del loro errore».
Eppure alcuni esperti sostengono che Teheran, al di là della retorica, stia diventando più ragionevole. Sbagliano?
«Il punto è che nessuno sa come funzioni davvero il governo e come vengano prese le decisioni politiche in Iran. Speculare sulle loro intenzioni è un azzardo. Contano solo i fatti, che dimostrano che Teheran sta cercando di procurarsi l’atomica».
Il regime insiste che le sue intenzioni sono pacifiche...
«Si può credere al regime degli ayatollah? Se non avessero nulla da nascondere avrebbero accettato la proposta russa, ma l’hanno respinta adducendo l’orgoglio nazionale...»
La novità è l’impegno dei sauditi in funzione anti iraniana, quanto è credibile Riad?
«L’Arabia Saudita interpreta una paura diffusa tra molti Paesi arabi. Un tempo il confine tra sunniti e sciiti coincideva con quello tra impero ottomano e persiano, poi tra Iran e Irak, ora la frontiera è stata spostata all’interno dell’Irak. Inoltre gli sciiti tendono a espandere la propria influenza in Libano, nel Bahrein, persino in Siria. I sunniti sentono l’urgenza di arginare Teheran».
Ma il regime saudita in passato è stato tutt’altro che esemplare, possiamo fidarci?
«Ci sono frangenti in cui bisogna chiedersi: qual è il problema più grande? La risposta è l’Iran ed è condivisa dagli Usa, dai Paesi arabi moderati, da Israele e persino dall’Europa che crede sempre meno alla volontà negoziale di Teheran. È vero: i sauditi non rappresentano certo un modello di democrazia laica, ma in questo momento i nostri interessi coincidono con i loro».
Ma intanto in Irak la guerra civile prosegue. Condivide l’ottimismo di Bush?
«Purtroppo non siamo vicini alla stabilità né alla coesistenza pacifica. Ci sono due possibilità per risolvere la questione Irak: un leader autoritario che, come Saddam Hussein, imponga l’ordine con la forza oppure una divisione del Paese in regioni autonome etnicamente omogenee. Ma entrambe le opzioni non sembrano percorribili».
Eppure il rapporto Baker considerava l’ipotesi federale...
«Sì ma ci sono molte opposizioni sia all’interno dell’Irak sia dalle potenze limitrofe. Una in particolare: la Turchia, che non vuole che venga creato uno Stato curdo. Temo che dell’Irak sentiremo parlare, tragicamente, ancora a lungo».