IL RICATTO FA L’UNIONE

Sembra, allora, che abbiano sortito l’effetto voluto le tambureggianti interviste di Piero Fassino, convulse e agitatorie, nelle quali l’indignazione finta ha coperto l’imbarazzo autentico. Gli alleati si schierano, si arroccano a difesa del segretario impallinato della Quercia. Prodi, con qualche giorno di ritardo, esprime solidarietà formalmente piena al leader Ds e la Margherita smemorata si accoda. Tutti smemorati gli amici di Arturo Parisi, ma sarà il caso di rammentare che a mettere in croce i Ds non è stato nel luglio dei veleni il centrodestra, contro il quale si è scagliato con livido furore Piero Fassino, ma proprio l’ala cattolica del centrosinistra. Del resto, il tasso di conflittualità interna nell’Unione è molto elevato e c’è anche chi pensa che il nuovo Partito democratico potrebbe nascere soltanto dopo aver limato le unghie ai postcomunisti, sempre arroganti e col complesso dei primi della classe. Adesso, ad ogni modo, sono tutti schierati a difesa di Fassino. La sua autoassoluzione è controfirmata dai nemici più stretti, anche se nella sinistra radicale restano i malumori, i mal di pancia di Bertinotti e dei Verdi, i distinguo dei «Pancho» Pardi e compagnia di girotondi. Anche Veltroni aveva fatto sentire le sue critiche.
Il segretario dei Ds, tuttavia, è un politico troppo navigato per non comprendere che l’apparente unità ritrovata non è tanto merito delle sue argomentazioni elusive e rabbiose, quanto del cinico realismo di Massimo D’Alema, il quale ha usato l’unico argomento contundente capace di riportare la calma nel campo unionista. Se continuiamo a farci del male, ha detto D’Alema, perderemo le elezioni. Il randello ha funzionato, l’ordine regna nella simil-Varsavia del centrosinistra e poco importa che Paolo Flores d’Arcais definisca la mossa del leader maximo né più né meno che un «ricatto». Un’inutile questione di stile. Sì, l’etica è importante, i paletti fra politica e affari sono rilevanti, ma volete mettere la conquista del governo?
Ecco la ragion pratica di lorsignori, hanno afflitto l’universo mondo con le loro disquisizioni sull’etica e sulla politica come sublime e disinteressato volontariato, ma non esitano a sacrificare la verità, oltre che la logica, alle ragioni di bottega.
Gli interessi del partito, inteso come fazione cementata dall’odio per gli avversari, per Silvio Berlusconi soprattutto, vengono prima di qualsiasi cosa. Con questo allineamento fazioso i postcomunisti e quei cattolici che hanno scelto di secondarli e seguirli, dimostrano di non avere una particolare superiorità morale, provano anzi di essere al di sotto della sensibilità media riscontrabile nel ceto politico, con la capacità di anestesia etica che caratterizzava certe nomenklature comuniste. È molto probabile che il «serrate i ranghi» non serva poi molto, gli elettori sono molto più attenti e preparati di quanto non sospettino certi moralisti a giorni alterni.
Restano i problemi di un partito che ha serbato negli anni una sua torbida fedeltà ai finanziamenti irregolari, dai rubli del partito fratello, ai donativi delle cooperative rosse. E resta un ex manager pubblico come Romano Prodi, che per anni ha fatto della commistione fra politica e affari, partitismo ed economia pubblica, un efficiente – anche se costoso per i cittadini – sistema di potere. I Ds, infine, perdono un’altra decisiva occasione storica per crescere, per trasformarsi in quella sinistra moderna ed europea della quale tanti cianciano.