Il ricatto di Fioroni

Ma che bravo il ministro Fioroni: diffidando il Comune di Milano, minacciandolo di togliergli la qualifica di scuola paritaria e i contributi statali se non accoglierà nei suoi asili i bambini figli di extracomunitari clandestini, si è guadagnato una medaglia quale difensore dei poveri, paladino degli ultimi, ristoro degli oppressi. Già l’arcivescovo di Milano aveva tuonato contro il sindaco e la sua giunta, richiamando entrambi al sinite parvulos venire ad me. Così, il ministro ha incassato un trasversale coro di applausi sia dalla Chiesa sia dai politici del centrosinistra, i quali ne hanno approfittato per un cortese tiro al bersaglio contro la Moratti, qualificata come «forte con i deboli» e «Sarkozy alla cotoletta».

Bravo Fioroni: ha innalzato gli umili, ha rovesciato i potenti dai troni, ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Questo è quello che appare a una prima lettura dei fatti. Ma le prime letture sono spesso ingannevoli, soprattutto se condizionate dall’emotività, dalla retorica, dal politicamente corretto. In effetti la questione è delicata: che colpa ne hanno i bambini se i loro genitori non sono in regola? E anche i loro genitori, voglio dire gli immigrati clandestini, non sono forse dei poveracci da aiutare? Certo che lo sono. E certo che di fronte a un bambino, per giunta povero, è nostro dovere fare di tutto per dare accoglienza.

Ma se passiamo da una prima frettolosa e conformistica lettura a una seconda, più attenta e seria, dobbiamo chiederci: siamo sicuri che debba - anzi, che possa - essere un Comune a risolvere questi problemi? Ripeto: a prima vista, la decisione della civica amministrazione milanese di non accettare i figli dei clandestini può sembrare spietata e ingiusta. Ma in realtà nessun Comune italiano può, per legge, accettare nei propri asili un bambino i cui genitori non possono dimostrare né la residenza, né il reddito Ise. Insisto: non solo Milano, nessun Comune italiano può farlo. Se un asilo comunale accetta un figlio di clandestini, i casi sono due: o vìola la legge, o costringe i responsabili dell’asilo a denunciare i genitori, i quali - in quanto clandestini - verrebbero espulsi. Questo, appunto, vale per tutti i Comuni: ma Fioroni ha diffidato Milano perché contro Milano, che è un evidente obiettivo politico, è stata montata una campagna di stampa. E a dimostrazione del fatto che siamo di fronte a una montatura mediatica, si pensi questo: dopo appena cinque minuti che la diffida era stata inviata al Comune di Milano, la notizia era già stata diffusa in tutta Italia dall’Ansa.

Aggiungo un dettaglio non insignificante, a dimostrazione di quanto sia ipocrita una certa retorica dell’accoglienza. Se il Comune di Milano sarà costretto a violare la legge (e quindi ad accettare bambini senza certificati di residenza e di reddito) verranno privati del diritto a un posto nell’asilo altri bambini; e siccome i figli dei ricchi negli asili comunali non ci possono comunque andare, saranno esclusi altri bambini poveri, spesso figli anch’essi di immigrati, ma non clandestini.

Stupisce che anche la Chiesa milanese non comprenda tutto questo. Stupisce anche perché sulle porte di molte chiese ambrosiane è affisso un cartello con il quale si invitano i fedeli a non dare l’elemosina ai poveri sul sagrato, ma «a versare le proprie offerte presso gli uffici della Caritas ambrosiana». Come dire: anche accoglienza e carità vanno regolamentate. La deregulation vale solo per il Comune di Milano, dunque?

A costo di essere impopolari, noi pensiamo che il Comune debba fare solo quello che la legge gli consente di fare. E certamente pensiamo che i bambini dei clandestini debbano essere accolti, ma da chi lo può fare con più libertà e meno vincoli. Magari da chi di asili ne ha in abbondanza, e in qualche caso può permettersi di rinunciare alla retta.