Dopo Riccò, tocca anche a Piepoli E la squadra li licenzia entrambi

Lo sfogo del modenese appena scarcerato: «Dimostrerò di essere innocente e tornerò più forte di prima»

da Nimes

Hai fatto uso di Epo? La domanda è semplice, elementare: o sì o no. «Lo saprete nei prossimi giorni, domani parlerò con il mio avvocato e poi cominceremo a difenderci». In sostanza, Riccardo Riccò non risponde.
Finisce così l’avventura francese del corridore modenese, riaccompagnato all’uscita come se fosse il più indesiderato degli ospiti. L’hanno scortato sull’autostrada, i gendarmi. L’hanno scortato per un po’, poi Riccardo Riccò e la fidanzata Vania Rossi hanno proseguito in direzione Tolosa per l’Italia.
Torna a casa senza niente: nemmeno una maglia, una squadra, visto che è stato licenziato in tronco dalla Saunier Duval al pari di Leonardo Piepoli, compagno di squadra, amico, «grande maestro» del modenese: chissà cosa gli insegnava. «Sono tranquillo, non ho fatto nulla di vietato».
Sono le 16.45 quando Riccò lascia il tribunale di Foix e sale sull’auto della fidanzata. In verità lo accompagna anche un capo di accusa pesante: «uso di sostanze nocive», con il quale il procuratore Antoine Leroy l’ha ufficialmente incriminato. Secondo la legge francese, il corridore di Formigine, risultato positivo all’Epo di ultima generazione (CERA), dopo la cronometro di Cholet dell’8 luglio scorso, rischia fino a due anni di reclusione.
«Sono innocente, non ho mai usato Epo», ha ripetuto Riccò al magistrato, davanti al quale è comparso attorno alle 14.30 e dopo aver trascorso una notte in cella, nella gendarmeria di Pamier. Una notte lunga e interminabile, addolcita da un paio di telefonate a Vania, arrivata dall’Italia con la mamma e lo zio.
Tirato, occhi persi nel vuoto, quasi impaurito e intimorito, nonostante fosse scortato da una quindicina di agenti che lo proteggevano dalla moltitudine di cronisti presenti nel bellissimo cortile del palazzo di giustizia di Foix. Basta divisa societaria. Basta Saunier Duval, la formazione che ha deciso di licenziarlo e sta pensando seriamente di lasciare anche il ciclismo.
Veste abiti civili e non più sportivi. Non risponde ai cronisti, che cercano di incrociare il suo sguardo, tira via dritto, senza un cenno di esitazione. Entra nell’ufficio del giudice e ne uscirà un paio di ore dopo, con lo stesso sguardo, la stessa faccia stanca e provata, dopo aver ripetuto all’infinito che lui con l’Epo non ci ha mai avuto a che fare, mentre il suo difensore francese, un’avvocatessa del distretto pirenaico, informa i giornalisti che nelle stanze d’albergo occupate dal corridore vincitore di due tappe in questo Tour, è stato trovato del materiale.
Di che tipo di materiale si tratti lo spiegherà poco dopo il magistrato che ha deciso di farlo tornare in libertà. «Apparecchiature mediche, siringhe e attrezzatura per flebo non utilizzate, ma anche alcune borse vuote. A quanto ci risulta, non c’erano sostanze dopanti». Aggiungerà poi che il ciclista ha spiegato di usare quel materiale «abitualmente e su prescrizione medica»
Infatti, in seguito, Riccò dirà: «Nella mia borsa non hanno trovato niente, a parte le vitamine che usano tutti i ciclisti: per questo il giudice ha deciso di rimandarmi a casa». Parla Riccò, poco ma qualcosa dice. Il giudice gli ha solo ordinato di non avere alcun contatto con i componenti della squadra.
«Mi hanno licenziato? È il minimo che potessero fare, in certe situazioni devono fare così...». Poi aggiunge. «Sono stanco e amareggiato: ho trascorso una notte in gendarmeria, ho dormito in pratica in prigione. Una esperienza terribile. Penso solo alle controanalisi. Se ho preso l’Epo? Lo saprete nei prossimi giorni. Una cosa la posso però dire: io tornerò a correre e sarò più forte di prima».
Per ora torna in Italia, accompagnato verso l’uscita, come il peggiore degli imbucati.