Ricciarelli: "Brava la De Filippi. Ha tolto la lirica all’élite del loggione"

Al concerto della Fenice per i 40 anni di carriera il soprano festeggerà con grandi nomi del pop

Se quarant’anni di carriera vi sembra tanti, parlate con Katia Ricciarelli: straripante, entusiasta neppure fosse un’esordiente. Più che quaranta, sembrano quattro e via andare. «Quante belle cose ho fatto», dice con quel tenue accento veneto che spunta qui e là. Quaranta o quattro, la Ricciarelli festeggia la sua carriera domani alla Fenice di Venezia, concerto diretto dall’eclettico maestro Bruno Santori e parterre di ospiti trasversali: Ranieri, Al Bano, Ron, Mingardi, Mietta, Leali, Minghi e persino Michael Bolton, un colosso americano che ha portato la sua voce lassù, ben sopra il pop. «A parte lui, tutti hanno fatto parte della mia vita artistica», spiega il soprano che poi impone: «Niente celebrazioni, questa è semplicemente una festa». Sarà. Ma è anche l’omaggio (che sarà trasmesso da Mediaset) a uno dei nostri migliori soprano, un’interprete che nelle vesti di Amenaide esaltò New York già nel 1978 con Tancredi ed è stata, battagliando con i registri acuti, una Desdemona con le filature vocali invidiate in tutto il mondo. Poi, si sa, Catiuscia Maria Stella Ricciarelli è esondata anche in altri ruoli, traghettando la sua voce in tv (persino in Don Matteo e Carabinieri 7) e pure al cinema, specialmente con Pupi Avati. Insomma un’iradiddio che domani sera, sul palco della Fenice, non si guarderà indietro nemmeno un po’.

Però, signora Ricciarelli, quarant’anni di carriera impongono un bilancio.
«E il mio è positivo. E ci metto dentro anche gli errori».

Il momento d’oro?
«Non ce ne può essere uno in particolare. E poi sono stata diretta da von Karajan, da Giulini, da Muti, da Abbado, da Carlos Kleiber. Ciascun concerto è memorabile, magari solo per merito del pubblico».

Il pubblico: nel caso di un soprano è un mastino.
«Il nostro è un mestiere fatto di dare e avere. In scena io ho sempre voluto dare».

Sì ma il momento d’oro?
«Come faccio a preferire un momento rispetto a un altro?».

Uno almeno sì.
«Allora la vittoria al Concorso Voci Verdiane nel 1971. L’ho vinto, c’era la tv e, anche se era ancora in bianco e nero, da allora la mia carriera è cambiata».

Come?
«Mi si sono aperti tutti i teatri del mondo».

Il più entusiasmante?
«Ci risiamo, non si può mica stabilire!».

E la sua opera preferita?
«Sarebbe come decidere quale uomo ho amato di più».

Ha ammesso (a Verissimo pochi mesi fa) di essere stata a lungo compagna di José Carreras.
«Rimanendo in campo artistico, forse l’Otello è l’opera che mi ha dato più soddisfazioni. Sono stata la prima Desdemona di Placido Domingo e l’ultima di Mario Del Monaco. Il grandissimo Kleiber mi ha diretto nell’Otello e, quando lo interpretai con Domingo, Zeffirelli ne fece un film molto bello».

Però.
«Non ho duemila anni. Però ho fatto tutte queste cose».

Chissà che gelosie.
«Non ci bado. Tanto in campo lirico avrò al massimo tre o quattro amici».

Grandi trionfi e qualche dissenso. Poi ha smesso con l’opera.
«A un certo punto cadi nella trappola di fare un confronto con il tuo passato. Errore gravissimo. A me è successo un paio di volte. Poi basta».

E adesso?
«Niente opere, faccio solo concerti».

Repertorio?
«Dal Settecento al Novecento. Arrivo anche al musical».

Cecilia Bartoli ha appena pubblicato un cd con le musiche dei castrati del Settecento.
«Non è il mio caso: a me sono sempre piaciute le voci regolari».

Comunque il suo, anche nel concerto di domani alla Fenice, è un repertorio trasversale.
«Deve essere così, ormai viviamo in un altro mondo».

I loggionisti magari non approvano.
«Qui non si parla di contaminazioni sterili o ruffiane. Basta fare le cose con rispetto e competenza».

D’altronde c’è pure un tenore ad Amici su Canale 5, Matteo Macchioni. Ed è sempre in testa nella classifica del televoto.
«Era ora che selezionassero dei giovani della lirica. Maria De Filippi è sempre stata avanti a tutti. Ha capito che è il momento di farlo e, soprattutto, ha avuto il coraggio di farlo».