La Rice difende la Cia: è la chiave del successo

«L’America rispetta le leggi proprie e degli altri Paesi»

Salvo Mazzolini

da Berlino

È abile Condoleezza Rice. Giunta a Berlino, prima tappa del suo giro europeo, nelle vesti di imputata per lo scandalo dei terroristi islamici catturati illegalmente dalla Cia e poi rinchiusi in prigioni segrete, ne riparte dopo aver incassato parole di comprensione per il difficile lavoro dei servizi di intelligence americani impegnati nella lotta contro Al Qaida. Durante la conferenza stampa con Angela Merkel, il segretario di Stato americano non ha voluto fornire particolari sulle operazioni della Cia perché, ha detto, «silenzio e segretezza sono essenziali quando si combatte contro una rete terroristica decisa a tutto e con ramificazioni all’interno della nostra società». Ha preferito spostare l’attenzione sulla necessità di una stretta collaborazione politica e operativa tra i Paesi dell’Occidente «perché questa è l’unica via per sconfiggere il terrorismo islamico».
Indirettamente un invito ai governi europei a non insistere troppo nel loro atteggiamento accusatorio perché la mancanza di collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico darebbe ai terroristi un forte vantaggio. Come aveva fatto alla sua partenza da Washington, la Rice ha ricordato che le operazioni di intelligence americane hanno permesso di prevenire altre stragi e di salvare la vita di molti europei. «Questo è stato possibile grazie alla segretezza e alla collaborazione internazionale che noi ci aspettiamo che continui. I servizi segreti sono la chiave per arrivare al successo. Noi combattiamo contro omicidi di massa che hanno preso di mira civili innocenti». Sulle accuse alla Cia di atti illegali nella caccia ai terroristi, la Rice ha negato che i servizi di Washington abbiano violato la sovranità di altri Paesi e i diritti civili. «Noi rispettiamo le leggi, sia le nostre che quelle altrui».
Parole scontate e scarsamente convincenti davanti alle notizie che lasciano pochi dubbi sui metodi pirateschi della Cia. Secondo la tv americana Abc sarebbe stata accertata l’esistenza di almeno due prigioni segrete nell’Europa orientale poi chiuse quando lo scandalo è arrivato sui giornali. Nelle due prigioni erano rinchiusi terroristi catturati illegalmente, trasferiti, dopo la chiusura, in nord Africa.
Ma ciò che conta è il risultato politico della visita di Condoleezza Rice che è quello di aver ottenuto, almeno in questa prima tappa del suo giro europeo, non parole di condanna, come ci si aspettava, bensì un atteggiamento tendente a non inasprire i toni polemici con Washington. Nella conferenza stampa la Merkel ha riconosciuto che «i servizi di intelligence devono essere messi in condizione di lavorare» e ha auspicato che sia presto possibile «trovare un equilibrio tra le esigenze dei servizi e il rispetto della legalità».
Un atteggiamento a dir poco conciliante che si spiega anche con la difficile situazione in cui si trovano i governanti tedeschi. Gli ultimi sviluppi del caso di Khaled el Masri, il tedesco di origine libanese rapito dalla Cia perché scambiato per un terrorista dal nome simile e liberato solo dopo aver trascorso cinque mesi passati in una prigione in Afghanistan, confermano che Berlino era a conoscenza di questa operazione del tutto illegale fin dal 2004. Non solo ne era a conoscenza l’allora ministro dell’Interno Schily, informato dall’ambasciatore americano, ma lo erano anche Schröder e il suo ministro degli Esteri Fischer. Insomma tutto il vertice della coalizione rossoverde che, venendo incontro a una richiesta di Washington, decise di tacere e di non prendere provvedimenti. Non sorprende, quindi, che la Merkel (il cui ministro degli Esteri, Steinmeier, era anche lui a conoscenza del caso) abbia preferito evitare toni accusatori.
Il caso el Masri è stato comunque l’unico momento di frizione durante la conferenza stampa. La Rice ha negato responsabilità americane limitandosi a dire: «Se ci sono state irregolarità indagheremo e le correggeremo». La Merkel ha invece precisato che il caso el Masri «è stato accettato come un errore commesso dai servizi americani».