La Rice ha un piano per scatenare la pace

Il progetto Usa: eliminare le milizie dal Libano del sud e liberare gli ostaggi

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

La diplomazia americana comincia a muoversi. Con cautela, guardandosi bene da ogni iniziativa che possa assomigliare a una mediazione; ma Bush accoglie le pressioni e le richieste di buona parte del mondo politico Usa e spedisce il segretario di Stato nel Medio Oriente. Condoleezza Rice partirà domani alla volta di Israele, subito dopo una riunione al vertice alla Casa Bianca, alla presenza del presidente, con il ministro degli Esteri saudita, che ha richiesto l’incontro con urgenza. Alla fine delle consultazioni la Rice parteciperà, mercoledì 26 luglio, a una conferenza internazionale a Roma, cui parteciperanno i ministri degli Esteri di quattro Paesi dell’Ue (Italia, Germania, Francia e Gran Bretagna, più il rappresentante dell’Unione stessa), la Russia, l’Egitto, l’Arabia Saudita, la Giordania, rappresentanti dell’Onu e della Banca mondiale. Lo ha annunciato il segretario di Stato in una conferenza stampa dedicata, oltre che a queste notizie, a ribadire la posizione di Washington sulla crisi del Medio Oriente. Che consiste nella convinzione che un’attività diplomatica volta unicamente o prevalentemente a ottenere un cessate il fuoco nel Libano Meridionale non sarebbe utile né desiderabile. «Non possiamo - ha ripetuto la Rice diverse volte alle insistenti domande dei giornalisti - tornare allo status quo. Se cercassimo solo la fine delle ostilità senza creare le condizioni politiche necessarie, dovremmo poi reincontrarci tra sei mesi di nuovo a discutere delle stesse cose, a parlare di come metter fine alle violenze. Pochi mesi che potrebbero anche essere pochi giorni o poche ore». Le «condizioni politiche» sono anche militari e si riassumono nella eliminazione della presenza di Hezbollah nel Libano meridionale. La posizione americana non cambia: la responsabilità prima è essenzialmente degli integralisti, la reazione di Israele è giustificata, anche se lo Stato ebraico viene ora invitato da Washington ad «agire con cautela, cercando di evitare di colpire i civili e le infrastrutture civili nel Libano». È interessante notare che le «infrastrutture» sono state considerate un obiettivo legittimo in almeno due recenti iniziative militari degli Stati Uniti: in Irak e precedentemente contro la Serbia. Resta stabilito che i negoziati sono impensabili senza la «immediata liberazione dei due soldati israeliani catturati da Hezbollah». E senza contropartite, soprattutto senza lo «scambio di prigionieri» che Hezbollah continua a chiedere. Il governo americano è preoccupato per l’indebolimento che dalla prosecuzione delle ostilità deriva al governo libanese da poco tempo democraticamente eletto, ma non riconosce a questo problema la priorità che invece affida alla «legittima difesa» di Israele, che Bush ha più volte definito come parte integrante della «guerra al terrore» che gli Stati Uniti conducono da anni, soprattutto ma non esclusivamente in Irak. La posizione di Washington non cambia neppure di fronte alla prospettiva di una nuova tappa della escalation, cioè di una vera e propria invasione in massa delle truppe israeliane del Libano meridionale preannunciata anche con il richiamo dei riservisti e dall’ormai completo ammassamento di almeno tre divisioni lungo la frontiera, che è stata finora attraversata soltanto per limitati raid contro posizioni tenute da Hezbollah. Non è chiaro il preciso rapporto temporale fra questa operazione militare e l’offensiva diplomatica degli Stati Uniti, cioè se Bush aspetti che questa fase si concluda per permettere a qualsiasi sorta di negoziati di essere affrontati dallo Stato ebraico da posizioni di forza più solide. Alcuni fra gli esperti militari Usa esaminano cautamente l’ipotesi che gli attacchi aerei in cui principalmente è consistita finora l’operazione militare non abbiano ottenuto i risultati sperati e che dunque l’impiego su larga scala di truppe di terra non sia soltanto una scelta politica di Gerusalemme, ma risponda a necessità belliche. Il periplo mediorientale della Rice si situa anche in tale contesto, oltre che obbedendo a una posizione chiara: l’America non avrà consultazioni, né dirette né indirette, con gli Hezbollah e neppure con la Siria.