La Rice sfida Mubarak in casa: su politica e giustizia così non va

Pressioni per la democratizzazione: «Gli oppositori non devono temere violenze» Oggi l’atteso vertice Sharon-Abu Mazen

Roberto Fabbri

Una dura reprimenda ai regimi del Medio Oriente perché non fingano di ignorare che la svolta verso la democratizzazione della regione è cominciata ed è irreversibile. Il giorno dopo la sua visita in Israele e Giordania, spesa a raccomandare impegno e determinazione nel comune obiettivo della pace con i palestinesi, Condoleezza Rice sbarca in Egitto e ricorda all’alleato Mubarak che i principi della politica estera americana valgono per tutti, anche per i fedelissimi con tendenza all’autocrazia.
«Il presidente Mubarak ha aperto la porta del cambiamento - ha detto la Rice nel suo intervento all’Università americana del Cairo -. Ma adesso il governo egiziano deve dimostrare fiducia nei suoi cittadini». Un chiaro appello a organizzare «elezioni libere ed eque, nelle quali l’opposizione abbia libero accesso ai media e che diano a tutti la chiara percezione del fatto che il voto è effettivamente una scelta tra forze concorrenti tra loro».
Il segretario di Stato americano non ha usato mezzi termini nel censurare alcune caratteristiche autocratiche di un regime che da decenni è un eccellente alleato di Washington. «Siamo tutti preoccupati per il futuro delle riforme in Egitto - ha detto - quando pacifici sostenitori della democrazia non sono al sicuro dalla violenza. Deve venire il giorno in cui la forza della legge prenderà il posto dei decreti di emergenza, e in cui un sistema giudiziario indipendente si sostituirà all’arbitrio nell’amministrazione della giustizia». Il riferimento è ai fatti dello scorso 25 maggio, giorno in cui fu tenuto in Egitto un referendum sul cambiamento del sistema di elezione del presidente della Repubblica (Mubarak occupa la sua poltrona ininterrottamente da ventiquattro anni): in quell’occasione militanti fedeli al Raìs malmenarono i dimostranti dell’opposizione e arrivarono anche a molestare le donne che li accompagnavano.
Rinunciare alla libertà non è possibile, meno che mai per la paura della libera scelta, ha dunque detto la Rice. Che ha ricordato, come leggendo un manifesto della politica estera americana dell’amministrazione Bush: «Per sessant’anni gli Stati Uniti hanno preferito la stabilità alla democrazia in Medio Oriente, e non hanno ottenuto né l’una né l’altra. Noi sosteniamo le aspirazioni democratiche di tutti i popoli. Vi sono coloro che sostengono che la democrazia porti al caos e al terrorismo: è vero piuttosto il contrario. Libertà e democrazia sono le sole idee sufficientemente forti per superare l’odio, la divisione e la violenza. Ma il sistema democratico - ha concluso con un’ultima frecciata all’amico Mubarak - non può funzionare se certi gruppi tengono un piede nella staffa della politica e l’altro in quella della violenza». In serata, dopo un incontro con esponenti dell’opposizione egiziana, il capo della diplomazia Usa ha lasciato l’Egitto per l’Arabia Saudita.
A poche ore dalla visita della Rice a Gerusalemme, si terrà oggi nella capitale israeliana un altro vertice di prima importanza nella storia infinita dell’inseguimento della pace tra Stato ebraico e palestinesi: quello tra il premier israeliano Ariel Sharon e il presidente palestinese Abu Mazen. I due si sono già incontrati cinque mesi fa in una fase di minor tensione, e adesso devono fare i conti con una certa ripresa delle violenze nella regione e con l’ormai imminente avvio del ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza, previsto per metà agosto. Ma sono soprattutto i problemi di politica interna a creare difficoltà ai due leader. Proprio a causa della questione di Gaza Sharon vede barcollare il suo governo di unità nazionale, mentre Abu Mazen ha il suo daffare, soprattutto con Hamas, dopo la sua decisione di rinviare le elezioni politiche a una data non ben precisata nel prossimo autunno.
Si prevede che oggi Abu Mazen insisterà su un più rapido ritiro israeliano dalle città cisgiordane occupate, mentre Sharon ribadirà la sua pretesa di maggior pressione dell’Anp sui gruppi armati palestinesi.