La Rice strappa a Riad un mezzo sì alla Conferenza sul Medio Oriente

Una partecipazione saudita sarebbe una svolta storica per la pace in Palestina

Condoleezza sogna di cogliere l'attimo e, per ora, i sauditi si premurano di non disilluderla. Se sarà una cosa seria, le ha detto il ministro degli Esteri saudita principe Saud al Faisal dopo averla incontrata, non vedo perché non dovremmo partecipare. Può voler dire tutto e niente, ma per ora il segretario di stato Condoleezza Rice ha di che essere soddisfatta. Prima dell'arrivo a Riad in compagnia del segretario alla difesa Robert Gates e la firma dell'accordo per una fornitura d'armi senza precedenti, le speranze di vedere una delegazione saudita alla conferenza sul Medio Oriente del prossimo autunno erano pressoché nulle. Le dichiarazioni di principe Bandar Faisal secondo cui il suo governo «considera da vicino e attentamente una possibile partecipazione» se la conferenza affronterà «questioni di sostanza e non soltanto formali» contribuiscono, invece, a diradare il generale scetticismo sull'iniziativa annunciata dal presidente George W. Bush il 16 giugno scorso.
Un altro punto conseguito a Riad è il ridimensionamento dell’ostilità saudita nei confronti del governo iracheno del premier Maliki. Ma il difficile inizia adesso. Nella missione a Gerusalemme iniziata ieri il segretario di Stato americano non può scordare le parole dedicate dal principe Bandar allo stato ebraico. «Esiste un movimento internazionale per la pace e Israele deve rispondere a queste pressioni». In quella frase da sfinge è iscritto il sottile ricatto saudita.
Riad sa che una partecipazione alla conferenza di pace rappresenterebbe la vera svolta. La presenza dei sauditi al fianco degli israeliani - oltre a segnare un momento storico - amplificherebbe il senso dell'iniziativa americana e regalerebbe prestigio internazionale al premier israeliano Ehud Olmert. Ma Riad non regala nulla. Per far sedere i propri rappresentanti allo stesso tavolo con Olmert pretende di mettere al centro delle discussioni quel piano di pace saudita basato su riconoscimento collettivo d'Israele in cambio della nascita di uno stato palestinese. Su questo deve dunque lavorare la Rice a Gerusalemme e a Ramallah durante gli incontri con i leader israeliani e palestinesi. «È il momento di sfruttare le opportunità...dobbiamo procedere in modo attento e coscienzioso cercando di non sprecarle per mancanza di preparazione e dimostrandoci pronti a trarre vantaggio da quanto si profila davanti a noi», spiega il segretario di Stato subito dopo l'incontro con il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni. Gli israeliani e i palestinesi del presidente Abu Mazen devono, insomma, fare la loro parte per contribuire all'iniziativa americana.
La signora Livni, pur ribadendo la volontà di non rinunciare al dialogo con il governo palestinese di Ramallah, non rinuncia a ricordare le difficoltà contenute nella proposta di pace saudita e nelle richieste di Abu Mazen. «A volte non è molto saggio affrontare per prime le questioni più ostiche», spiega sottolineando le difficoltà di avviare colloqui di pace partendo da questioni fondamentali come la definizione dei confini, la spartizione di Gerusalemme e il ritorno dei profughi. Questioni che avvelenano anche una proposta pace saudita arroccata sui confini del 67 e su quel diritto al rientro di tutti rifugiati palestinesi assolutamente inaccettabile per l'opinione pubblica israeliana.
La voglia americana di imprimere una svolta ai negoziati mediorientali emerge anche nel corso della cena con Olmert e negli incontri con il presidente Peres e il ministro della Difesa Barak. Il presidente israeliano è il più schietto nel sottolineare la volontà americana di portare Israele sempre più vicino «al capitolo finale dei negoziati con i palestinesi». Un capitolo che sarà al centro dei colloqui di oggi a Ramallah con il presidente palestinese e con il premier Salam Fayyad.