La ricerca del centrismo perduto

Egidio Sterpa

È impossibile negare a Berlusconi il merito di due realizzazioni, che non hanno precedenti nella nostra storia politica del Novecento: il bipolarismo, che indubbiamente ha modernizzato il sistema politico italiano (la stessa opposizione lo ammette), e di aver riportato al governo del Paese una destra che ne era fuori dal 1876, quando a quella storica di Ricasoli, Spaventa, Sella, Minghetti, Jacini, subentrò la sinistra storica di De Pretis, Cairoli, Crispi, Nicotera, Zanardelli e poi Giolitti. Si dirà: c’è stato, però, il fascismo per vent’anni. Ma il fascismo non era affatto di destra.
Destra e sinistra storiche furono ambedue correnti liberali, la destra legata all’eredità ideale cavouriana, la sinistra più vicina agli ideali garibaldini. Alla destra vanno attribuiti indubbi meriti.
Si deve a Rosario Romeo una pagina di storia che documenta come proprio la destra, subito dopo l’unità, diede inizio a una politica che tendeva a fare dell’Italia un Paese che in qualche modo competesse con le grandi potenze europee. A dimostrazione dell’assunto, Romeo cita uno scritto di Stefano Jacini, che fu due volte ministro con la destra (1860-61 e 1864-67) e condusse poi una storica inchiesta sulle condizioni del mondo contadino. Eccone un brano che merita d’essere conosciuto: «L’Italia, Paese povero, riuscì a creare un potente esercito, degno di una primaria potenza, una formidabile armata navale, al fine di poter rappresentare una parte decorosa nel concerto europeo; volle essere coperta da una rete di ferrovie, mantenere una selva di università e istituti scientifici superiori, riuscì a pareggiare le proprie finanze».
Per la precisione, fu Minghetti, presidente del Consiglio e ministro delle Finanze dal 1873 al 1876, l’anno dell’uscita della destra dal governo, a realizzare il pareggio del bilancio. Con altrettanta oggettività va annotato, come rileva lo stesso Jacini, che fu praticata una politica costosa a spese dell’Italia agraria, allora massima fonte della ricchezza nazionale.
Questo richiamo storico ha un suo valore oggi che, con l’ossessionante ricerca del cosiddetto «centrismo» perduto, implicitamente si addebita al centrodestra incapacità nel governo del Paese. È stata fin troppo enfatizzata l’intervista con cui il professor Monti ha posto il problema del recupero di un «centro» politico. Conosco e stimo molto Mario Monti e non credo che egli abbia voluto misurarsi con una sua particolare proposta politica. Tutto il contesto di valutazioni che ne è venuto ha finito per tradire e mistificare l’intervento di un economista di grande valore che ha voluto sottolineare semmai gli errori dell’una e dell’altra parte politica in competizione, segnalando peraltro proprio la incapacità del centrosinistra di attuare una «governance» più proficua, destinata invece a fallire. Non c’era niente di più, a mio parere, nelle parole di Monti.
Va detto francamente a quanti nella Casa delle libertà ipotizzano alternative all’attuale centrodestra che essi si stanno ponendo fuori della realtà. Rischiano, oltretutto, di provocare danni insanabili, con un solo risultato certo: la fine di un’occasione storica che forse non si ripeterà più. È riprovevole che ne manchi la consapevolezza proprio in uomini e gruppi che si sono trovati a correre una avventura politica per essi inimmaginabile solo pochi anni fa. Non è fuori luogo, forse, addebitare tanta leggerezza a un ritardo culturale di taluni rigurgiti centristi e in alcuni casi anche di destra.
Diciamo le cose come veramente stanno: non ha senso e soprattutto è assolutamente inverosimile attribuire colpe e deficienze a una leadership di cui hanno fatto parte, e non certo in posizione di minorità, anche gli attuali contestatori di Berlusconi. C’è ambiguità e anche doppiezza in questa ricerca di soluzioni straordinarie a solo otto-nove mesi dalla prova elettorale decisiva. Se c’è una frazione politica che non può lamentare incomprensione o trascuratezza nella Casa delle libertà è proprio quella centrista e cattolica, che tra l’altro dovrebbe essere consapevole di aver non poca responsabilità nel ritardo dell’azione modernizzatrice della politica nazionale e soprattutto nell’assopimento di quella politica liberale e liberista che doveva essere, e non è stata, la nota dominante del governo di centrodestra. Sia permesso infine di dire che se c’è una frazione politica della Casa delle libertà che meritava più ascolto e ne ha avuto assai poco, è quella liberale, non certo quella ex democristiana.