Alla ricerca del «Coronata» che non c’è più

Più facile perdere la propria lingua materna che le proprie abitudini alimentari. Lo scrisse Claude Levi-Strauss con mille ragioni. Per modificare la forma mentale di un popolo - o di una città - bisogna sradicare le abitudini tramandate dal senso del gusto. Il concetto risulterebbe più chiaro se Aristotele, nella sua «Metafisica», non avesse teorizzato una gerarchia dell'esperienza sensoriale, esaltando quella visiva e condizionando tutto il pensiero occidentale a venire. Eppure: come può Genova fuoriuscire dalla cultura di un'epoca contraddistinta da cattivi investimenti pubblici, sindacalismo sfrenato e abbrutimento paesaggistico, se chi vende il Coronata dopo averlo trasformato da «cancarone» in vino nobile ha ancora oggi a che fare con impensabili nostalgie popolari? «Ma quel Coronata di una volta, non ghe n'è ciu?», chiedono diversi clienti ai responsabili della Cooperativa Valpolcevera. A riferirlo è l'attore, autore e regista Pino Petruzzelli, colui che si è dato la briga di girare le cantine della Liguria per fotografare la composita realtà dell'umanesimo vitivinicolo e trascriverlo in un libro intitolato «Di uomini e di vini», edito dal Centro Teatro Ipotesi. Quelle parole, pur inserite in un volume di chiara matrice progressista (o forse proprio per questo), invitano i moderati a una meditazione extra-testuale. A ragionare su un fatto: a molti genovesi manca il sapore di zolfo. Peggio: manca il vino marcio, quello che dopo la pigiatura veniva riversato nelle botti e lasciato a «maturare» fino a marzo. E il suddetto sapore di zolfo era tutt'uno non con quello che i contadini davano alla vigna per proteggerla dai parassiti, ma con i gas rilasciati dalle ciminiere dell'Italsider: un concentrato di zolfo e rame che saturava il palato degli amanti del «nostralino». Terziarizzazione, riqualificazione, ricerca, innovazione e tecnologia? Niente affatto: musica che rende onore all'udito e all'intelletto, non alla bocca e a quella tendenza psichica alla regressione che contribuisce a generare un'identità - personale e collettiva - indissociabile da una fuga dal buon gusto nel senso letterale dei termini: rifiuto del palato fine. C'è una Genova che vorrebbe ancora essere ciò che in massima parte non è più: una trasformatrice di materie prime, pullulante di grandi fabbriche e di organizzazioni sociali votate agli scioperi, alle lotte e alle rivendicazioni. Di quella città il Coronata era un simbolo piccolo come la produzione vitivinicola ligure ma eloquente. Era la declinazione organolettica e basica di un'urbanità sulfurea e marcescente, soprattutto in quel Ponente dove il popolo, oggi, neutralizza da sé la sue stesse disordinate proteste con la renitenza ad educare alla post-modernità la propria visione del mondo. Con l'incapacità di mettersi in discussione ed esercitare il dubbio. Di iniziare ad amare un vino ricco di sentori nobili anziché guardarlo con sospetto: «È tutto paciugato, chissà cosa ci mettete dentro», viene domandato alla Cooperativa, caricata dell'onere di custodire la drammatica (s)ragione del conservatorismo genovese: un prodotto correttamente sapido, piacevole, dall'aroma intenso e persistente, è per forza falso. Contraffatto. Manipolato. Impossibile. È l'indice di un'alienazione prodotta da una falsa coscienza determinista e da un industrialismo fallimentare che ha accomunato bianchi e rossi, nella duplice accezione - enologica e politica - dei due colori. Per troppi genovesi chi idealizza qualcosa di migliore, e pure chi traduce in realtà le idee, è un millantatore. E con questa Genova bisogna fare ancora i conti.