La ricerca di un farmaco «salvavita»? Un’odissea

Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo.
«Mi avevano detto che il sistema sanitario nel Lazio funziona a intermittenza, ma quanto mi è accaduto è ai limiti dell’illegalità. Sono una ragazza diabetica, vivo a Roma, ma ho la residenza in un’altra città e non ho ancora fatto il cambio del medico di base. Lunedì mattina mi si rompe la “penna”, lo strumento che contiene l’insulina che devo necessariamente iniettarmi ogni sera. Non posso fare senza. Lo sa anche il ministero della Sanità, tanto che quel farmaco è considerato un salvavita. Chiamo immediatamente un centro diabetologico, che distribuisce quel tipo di materiale. Loro non ce l’hanno, mi informano. E mi consigliano di rivolgermi all’unico centro che potrebbe averlo nel I municipio, zona in cui vivo. Il condizionale mi preoccupa, ma siamo nella Capitale, mi dico, impossibile non trovarlo. Così alzo la cornetta, ma risponde una segreteria: «Siamo aperti dalle 12 alle 13 e dalle 15 alle 16», comunica la voce metallica. Mi sembrano assurdi orari così rigidi per l’unico centro diabetologico che distribuisce quel farmaco, ma non ho altra scelta. Aspetto. Alle 12 chiamo e così per mezz’ora. Riesco a prendere la linea solo alle 12.40. Spiego il problema a chi sta dall’altro capo del filo, mi dicono che loro quella penna non ce l’hanno. Chiedo a chi posso rivolgermi. «Alla casa farmaceutica» è la risposta. Prima che io possa obiettare qualcosa, ad esempio che la casa farmaceutica è franco-tedesca e che difficilmente riuscirebbero a mandarmi il farmaco entro sera, mi attaccano il telefono in faccia. Richiamo il centro diabetologico contattato all’inizio. L’unico consiglio che mi danno è che posso provare in farmacia. Vado in quella più vicina a casa. Non hanno a disposizione il farmaco e mi dicono che non è facile da trovare nemmeno in altre farmacie. Però possono ordinarmelo. «Ci vuole comunque la ricetta - mi fa sapere il medico dietro il banco - A meno che non voglia pagarlo, ma sarebbe assurdo, visto che è un farmaco salvavita». Chiedo comunque il costo: 86,25 euro a scatola. Me ne servono tre. La spesa sarebbe oltre i 250 euro. Mi consigliano di andare al pronto soccorso e farmi fare una ricetta. Riesco ad andarci solo di sera. Alle 21 sono al pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni dove, gentilmente, mi comunicano che loro non fanno ricette. Non servono a nulla le mie proteste, la mia richiesta di parlare con un medico. «Ci sarà un medico al pronto soccorso, in grado di farmi una ricetta per un farmaco salvavita». Mi spiegano che non c’è e, per consolarmi, mi dicono che non è la prima volta che arriva qualcuno chiedendo una ricetta. Come se fosse una cosa assurda. Mi pongono davanti due alternative: guardia medica o Croce Rossa. «Ma meglio la seconda - suggeriscono - sicuramente trovi qualcuno e in fretta. La guardia medica potrebbe anche arrivare molto tardi». Do loro retta, d’altra parte, penso, è il loro mestiere, sapranno qual è la scelta migliore. La Croce Rossa più vicina a cui mi indirizzano è in zona Ostiense, oltre il ponte di Ferro. «Ma col motorino, fai in un attimo». L’“attimo” è 15 minuti. Non sarebbe nulla se non fosse che la Croce Rossa non fa ricette. «Ma chi l’ha mandata qui?», chiede il medico di turno. A questo punto sono davvero alterata. Sono le 22.30 e devo assolutamente fare l’insulina. Rimane la guardia medica. Chiamo e spiego nuovamente il problema. La centralinista mi dice che sarò contattata dal medico il prima possibile. Alle 23 effettivamente il cellulare squilla. Devo andare io dalla guardia medica, per farmi fare la ricetta, ma è il meno. Alle 23.30 vado in farmacia, fortunatamente aperta 24 ore su 24, e riesco ad avere la penna. Il giorno dopo racconto tutta la vicenda a un amico medico romano, che vive in un’altra regione. «Sarebbero tutti da denunciare - mi dice - Ma a Roma è normale che accadano queste cose».