Alla ricerca della grandeur perduta la Francia sogna il primato europeo

Il Paese ha perso il suo ruolo internazionale e sta attraversando una forte crisi, con la disoccupazione sopra il 10 per cento. I giovani, i funzionari pubblici e il ceto medio vedono nell’Ue una minaccia liberista

Caterina Soffici

nostro inviato a Parigi

Una baguette «fromage et jambon», un succo di frutta e un caffè: totale 2,55 euro. Ecco la Francia che ha paura dell’Europa. Al bar dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales si pratica ancora il prezzo politico. Fuori, su boulevard Raspail, gli stessi soldi bastano appena per il succo di frutta. In questi 2,55 euro c’è tutta la Francia dei privilegi, del centralismo statale e dei sussidi a pioggia (ai disoccupati, alle donne incinte, al primo impiego, al primo alloggio, ecc.) che è spaventata dal fantasma di un’Europa liberista e schiava della mondializzazione. La più famosa «ossessione antiamericana» di cui parlava il filosofo Jean-François Revel, sta diventando un’ossessione antieuropea? A sentire i sondaggi sul referendum del 29 maggio sembrerebbe così. Nelle rilevazioni settimanali delle intenzioni di voto, solo una volta i «sì» hanno superato di misura i «no». Ma ciò conta poco, perché quando si parla di francesi il discorso è sempre più complicato di quello che si pensa. De Gaulle diceva che è impossibile governare un Paese dove ci sono 246 specie diverse di formaggi. Oggi è più vero che mai, con la situazione complicata da una delle crisi più profonde del dopoguerra.
Su questo non ha dubbi il sociologo Alain Touraine, lucidissimo ottantenne che è appena rientrato nel suo ufficio all’ottavo piano dell’École da una riunione sull’Europa. Lui è per il sì, ovviamente. Ma con molti distinguo (è francese, no?). Ha scritto un saggio il cui titolo potrebbe trarre in inganno: Come liberarsi dal liberalismo. In verità la sua ricetta è un ragionevole compromesso tra l’eccessivo statalismo francese e le minacce della globalizzazione. Touraine va giù pesante: «La situazione è drammatica, siamo in una fase di regressione. La Francia ha perso il suo ruolo internazionale e la crisi all’interno è forte, con una disoccupazione che supera il dieci per cento. Questo malumore è la risposta dei giovani che non riescono a entrare nel mercato del lavoro, dei funzionari pubblici, del ceto medio che vede nell’Europa una minaccia liberista. Io non ho medicine assolute, ma certamente bisogna trasformare lo Stato sociale francese per diminuire le diseguaglianze e distribuire i soldi in modo più equo, senza toccare per esempio la sanità pubblica, che è eccellente, ma tagliando alcuni rami secchi che sono solo sacche di privilegio. Ma per i francesi lo Stato è tutto, è dura uscire dal vecchio conservatorismo statalista e al tempo stesso livellare le ingiustizie del neoliberismo».
Il primo punto, quindi, è chiaro. No all’Europa della direttiva Bolkestein (che anche qui chiamano Frankenstein) sulla liberalizzazione dei servizi all’interno dell’Unione, no alla delocalizzazione, contro un testo costituzionale «ultraliberale, federale e atlantico» (parole dell’ex ministro gollista Charles Pasqua, conservatore), in nome di una non meglio precisata Europa sociale. L’estrema destra lepenista, i seguaci di Bové e l’estrema sinistra no global si trovano sulla stessa barricata. Poi c’è il no dei socialisti dissidenti alla Laurent Fabius. Che significa «sì» (è francese anche lui, giusto?). Dice Fabius: «Il no antieuropeo è minoritario. Io sono contrario a questa Costituzione, ma rimango un partigiano dell’Europa». Il «no pro Europa» si riassume nella parola chiave «rinegoziare». Significa: questa Costituzione non ci piace, la bocciamo e la rifacciamo come vogliamo noi. È il no che raccoglie lo stesso malcontento e le paure già spiegate, ma arricchito dalla consapevolezza tipicamente francese che senza di loro sarà il diluvio. E piace molto a una certa intellighenzia progressista in crisi d’identità. «Un’Europa che si costruisce senza Francia non esiste - dice Marc Ousuf, socialista e ammiratore di Fabius -. Se vince il no sarà l’inizio della vera discussione sull’Europa, che non c’è ancora stata».
Ousuf è un vulcanico personaggio che vive per la politica, sprizza foglietti da tutte le tasche e gioisce per questo nuovo maggio francese, ricco di dibattiti e discussioni dopo troppi anni di sonnolenza pubblica. Televisioni, giornali, incontri, forum: ovunque non si parla d’altro. Sei dei dieci libri di saggistica più venduti della settimana nel megastore Virgin sugli Champs Elysées sono sulla Costituzione europea. Pamphlet, testi tecnici e grandi nomi tipo Jeremy Rifkin o Dominique de Villepin, che con Jorge Semprun cercano un’identità per l’homme européen. Nel libro Jorge Semprun cita una frase di Léon Blum: «Gli Stati Uniti d’Europa non si faranno senza di noi. Ma non coltiviamo la presunzione assurda e deplorevole di farli noi, da soli».
Ed eccoci arrivati all’altra faccia di questo referendum, la tentazione dell’unicità e la nostalgia della grandeur. Quella supponenza ingiustificata che bene denunciano Roman Gubert ed Emanuelle Saint-Martin in L’arrogance française (edizioni Balland). Il sogno francese sarebbe di avere un nuovo Napoleone - ma si accontenterebbero anche di un De Gaulle o di un Luigi XIV - per ritrovare un posto tra i grandi del mondo. Ancora più indigesto è ammettere che Usa e Cina si possono guardare negli occhi solo dall’alto di un’Europa coesa.
Nicolas Baverez, avvocato, editorialista di Le Monde e autore di un libro che due anni fa fece scalpore (La France qui tombe, tradotto in Italia da Rubbettino con il titolo Francia, il declino), spiega: «La Costituzione europea è un modo per parlare del proprio futuro. Il neogollismo è diventato una forza conservatrice e corporativa che non ha capito le sfide di questa nuova società così frammentata. La Francia, che non ha ancora fatto i conti con gli anni Ottanta e con la caduta del Muro di Berlino, si è costruita una linea Maginot ideale per rimanere ancorata a quegli anni Sessanta e Settanta nei quali era riuscita ad avere una posizione predominante». Cosa pensa Baverez, ultimo erede del «partito inglese della cultura francese» e autore di una biografia su Raymond Aron dal titolo quasi incredibile (Perché gli inglesi sono meglio di noi?) e delle otto pagine dedicate da un settimanale di sinistra come Le Nouvel Observateur alla vittoria di Tony Blair? «I francesi guardano adesso all’Inghilterra di Blair per trovare un proprio modello dove sia possibile diminuire la spesa pubblica senza cadere nel liberismo tatcheriano. Ma non è possibile copiare Blair e nessun altro. La Francia deve crearsi un suo nuovo e personale modello di sviluppo. E ripensare la politica estera e il proprio ruolo internazionale. Invece la Francia continua a reiterare comportamenti che non sono più giustificati dalla nuova situazione mondiale».
Insomma, è immobile nel nome di quella «eccezione culturale» che non si capisce più bene cosa sia. È vero che tra Saint-Germain e Saint-Sulpice si sente ancora odore di Gauloises papier mais e la sera alla brasserie Lipp il bel mondo culturale mette in mostra le sue camicie rosa e le cravatte a quadretti, ma ha ragione Baverez: la sensazione è che tutto questo gran parlare d’Europa sia un modo di interrogarsi sulla propria identità. Un popolo intero si è sdraiato sul lettino dello psicanalista e si domanda: che ci faccio qui? Chi sono?
La patria che si ritiene principe d’Europa è in preda a un mal di pancia permanente tra essere nazione guida e il fatto che proprio l’Europa la mette di fronte al problema delle diversità. Dove sono finiti gli spiriti illuminati? Il principio sacro e intoccabile dell’uguaglianza è in contrasto con le differenze della società multietnica? Belle domande, a cui nessuno per il momento pare aver trovato una risposta convincente. L’eccezione culturale è una scatola che ha perso molti dei suoi contenuti. L’ossessione francofona per cui esistono leggi che limitano l’uso dell’inglese e impongono la traduzione delle pubblicità americane, ha trovato un nuovo nemico in Google. Jean-Noel Jeanneney, direttore della Biblioteca Nazionale francese, si è fatto promotore di un progetto alternativo a quello anglosassone per creare una biblioteca mondiale e mettere in rete 15 milioni di volumi consultabili via Internet. Versione nuova della vecchia polemica sulla difesa del cinema francese dai prodotti commerciali di Hollywood, che comunque è stata persa, visto che il 60 per cento dei film proiettati nelle sale parigine è americano.
La battaglia per la difesa della diversità culturale è stata lanciata di recente dal ministro per la Cultura Renaud Donnedieu de Vabrés (anche l’Italia ha aderito) per ottenere da Bruxelles nuovi sussidi a difesa di un prodotto, quello culturale, che non può essere abbandonato alle regole del libero mercato, pena la morte. Ma questo è un discorso diverso (e per certi versi condivisibile), mentre la diversità culturale in salsa francese è un certo fastidio per tutto quello che viene da fuori. Jean-François Revel, nell’Ossessione antiamericana, metteva in ridicolo questa tendenza: «Supponiamo che nel XVI secolo i reali francesi, invece che invitare gli artisti italiani alle proprie corti, avessero detto: questa predominanza della pittura italiana è insopportabile. Adesso cacciamo loro e i loro quadri dal nostro Paese».
Il fastidio è altissimo anche in senso inverso, quando qualcosa di francese va all’estero. Tant’è che l’acquisto di Palazzo Grassi da parte del miliardario francese François Pinault e l’annunciato trasferimento della sua straordinaria collezione dalle rive della Senna a quelle del Canal Grande è stato vissuto come un affronto. Di più, un lutto nazionale. Alla faccia dell’unità europea.
(3 - Continua)

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