La ricerca italiana? Gli scienziati sono pochi ma lavorano molto

Il nostro Paese ha meno ricercatori di Grecia, Turchia e Messico. Ma sono secondi solo agli svizzeri per numero di pubblicazioni scientifiche

Chi scrive conosce un giovane matematico, promettente ricercatore, italiano. Subito dopo la laurea è stato «pescato» da un’università straniera che gli ha offerto, casa, invitante stipendio e mezzi per i suoi studi. Così, Alessandro ha fatto le valige e se n’è andato. In Finlandia. Torna in Italia solo quando viene invitato alle conferenze internazionali. La sua ex ragazza, anche lei laureata in matematica con il massimo dei voti, si è invece trasferita a Londra. Dove prosegue i suoi studi con grande successo.
I due esempi concreti fanno capire più di mille parole astratte perché in Italia i ricercatori stanno diventando mosche bianche come confermano i dati pubblicati nell’Annuario Scienza e Società 2007, pubblicato dall'associazione Observa-Science in Society, con il sostegno della Compagnia di San Paolo. Tra le note dolenti, gli autori sottolineano che l’Italia ha sempre meno ricercatori, se ne contano 3 ogni mille occupati contro i 17 della Finlandia. In graduatoria, siamo ormai all'ultimo posto in Europa, dietro Portogallo, Grecia e i Paesi dell'Est. Una magra consolazione: i nostri scienziati sono pochi ma bravi, richiesti e tra i più produttivi del mondo, secondi solo agli svizzeri per media di pubblicazioni scientifiche per ricercatore e ben davanti a svedesi, francesi, tedeschi e americani.
Fin qui il presente per niente roseo. Il futuro si prospetta ancora più nero. A cominciare dagli studenti delle superiori. Quelli italiani risultano tra i meno preparati del mondo in matematica. Solo greci, turchi e messicani fanno peggio di noi, e dimostrano scarso interesse ad iscriversi a facoltà scientifiche. I più bravi invece sono i soliti noti: finlandesi, coreani, olandesi, giapponesi, canadesi. Mentre nelle ultime fila si posizionano, a sorpresa, anche gli americani.
Essere refrattari alla matematica alle superiori, equivale a disdegnare i corsi di laurea scientifici. Il 50% degli studenti intervistati in un sondaggio sostiene che non li sceglie perché troppo difficili o peggio, noiosi. Il 30% è incerto sul da farsi, e solo il 18% è attratto da tutto ciò che è scientifico o tecnologico.
Dopo la laurea i ricercatori non trovano spazio e stipendi adeguati per la loro preparazione. Non ci sono fondi, è il ritornello che si sente da più parti. Eppure in Cina gli investimenti sono cresciuti negli ultimi anni del 20% annuo. In Svezia si dedica il 3,9% alla ricerca, in Finlandia, il 3,5, in Giappone il 3,1. In Italia la percentuale crolla all’1,1%. E di fronte a questa difficoltà oggettiva l’unica soluzione possibile è la fuga all’estero e il 7,3% dei ricercatori ha già spiccato il volo. Un’emigrazione forzata che la quasi totalità degli italiani avverte come una cosa «molto grave». In un sondaggio, gli intervistati sostengono che non sia giusto indurre i giovani ad andare all’estero e che in questo modo l’Italia rischia di rimanere indietro rispetto agli altri Paesi. Inoltre, l’accusa più diffusa è che da noi non si investe per la ricerca e che gli stipendi degli scienziati sono troppo bassi. Questa consapevolezza diffusa però, si scontra con il disinteresse generale per tutto quello che è tecnologico. L'Italia è infatti all'ultimo posto in Europa per numero di lettori di argomenti scientifici su quotidiani, riviste e internet, e agli ultimi posti per utilizzo regolare di computer e internet.