Alla ricerca della pietra filosofalenon c'era solo Harry PotterEcco chi era Cristina di Svezia

L’illuminata sovrana con quel suo carattere impulsivo, irrequieto e così poco svedese è una figura leggendaria

Oggi non c’è bisogno di leggere (o andare al cinema) per farsi una cultura sufficiente. Telefonini e internet sono un comodo supporto per una nuova razza di pigri. Harry Potter, ad esempio, chi non lo conosce? Per i pochi ancora all’oscuro si tratta di un giovane mago alle prese con le forze del male alla perenne ricerca della «pietra filosofale». Che è una sostanza catalizzatrice simbolo dell’alchimia, una pietra capace di risanare la corruzione della materia. Insomma, oggetto mitico inseguito da sempre, e non solo da questo Potter. Quattrocento anni orsono, anche Cristina, regina di Svezia, si mise sulle tracce della pietra.

L’illuminata sovrana con quel suo carattere impulsivo, irrequieto e così poco svedese è una figura leggendaria. Se se sono dette di cose su di lei (bruttino il film del 1933 con la Garbo): insonne, ferocemente mattiniera, calma solo di fronte a Dio e alla Chiesa, sessualmente ambigua. Persino portasfiga. Sull’esilio romano (dal 1654 e fino alla morte sopraggiunta nel 1689) ne parla compiutamente l’esperta Anna Maria Partini nel suo «Cristina di Svezia e il suo Cenacolo romano» edizioni Mediterranee. Volume interessante che si legge in un fiato, pieno zeppo di documenti affascinanti a corredo della biografia della donna più ammirata e calunniata d’Europa, una sorta di vanto e scandalo vivente.

Cristina, che donna. Chi non la conosceva la trovava strana, con quei capelli sempre in disordine, le mani imbrattate d’inchiostro e una spalla pià alta dell’altra. Era bassa ma non ricorreva al trucco del tacco, era tutta d’un pezzo insomma. Si dice che parlasse cinque lingue, latino compreso. Giunta a Roma nel dicembre 1655 fece il suo ingresso trionfale attraverso la Porta del Popolo (c’è ancora la scritta). Amava la musica e possedeva una smisurata collezione di strumenti musicali. Già nel 1647 aveva chiamato a Stoccolma un complesso di violinisti francesi e nel 1652, scrive la Partini, il romano Vincenzo Albruci.

A Roma il suo mecenatismo si estese tra gli altri ad Alessandro Scarlatti e Arcangelo Corelli. Ma il vero grande amore fu l’alchimia, «la sua vita - scrive ancora la Partini - si svolse in uno dei secoli più importanti per la ricerca dell’«oro filosofale. E continua ad esserlo ancora. Non a caso è stata donata alla biblioteca dell’Accademia dei Lincei residente a Palazzo Corsini, l’antico Palazzo Riario, una delle più ricche collezioni di manoscritti e stampe rare di ermenetismo alchemico: il fondo Verginelli- Rota.

Ma il libro dipinge magistralmente la vita di Cristina nel suo palazzo romano, la sovrana viveva come una regina circondata da studiosi e cardinali. Raramente dava opinioni, ascoltava, ma le sue illuminate riunioni settimanali rimarranno nelle storia magica di Roma. Buona lettura.